Emfa, la grande incompiuta

L’alluvione di Firenze evento globale, grazie alla rai di 60 anni fa

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Chi c’era, e aveva l’età per capire, credo che risenta ancora nella sua memoria sonora il rumore dell’acqua tumultuosa e delle auto che si scontrano nell’acqua. Era il microfono di Marcello Giannini, barricato con altri nelle stanze ai piani alti della sede della Rai perché di turno presto. La sede era in pieno centro, vicino a piazza Santa Croce, e il microfono calato da una finestra del quarto piano in quella gelida, incredibile mattina del 4 novembre del 1966. A Roma non ci credettero subito. L’Arno nel centro di Firenze, sembrava impossibile. Eppure. Pioveva da giorni, i fiumi più piccoli avevano già invaso le campagne al Mugello e verso Pisa, i contadini si erano rifugiati sui “poggi”, da parenti e conoscenti. Oggi i fiorentini che c’erano ricordano anche perfettamente l’odore di quel giorno e di tanti mesi ancora, l’acqua, il lento ritiro della melma, il fango che ricopriva tutto. Sull’alluvione di Firenze molto è stato scritto, molto si è indagato, quasi tutto in sei decenni è cambiato. Quei giorni di novembre provocarono sulla Toscana quella che oggi definiamo la “tempesta perfetta”, e quella pioggia interminabile si tradusse in una piena dell’Arno che si abbattè su una città che aveva ancora un sistema fognario mediceo, vecchio di centinaia di anni, e un sistema di dighe totalmente inadeguato, non esisteva quella del Bilancino, di cui pure si parlava dagli anni
’50 da costruire fra l’Arno e il Sieve. Sarà poi realizzata nel 1978, ben 12 anni dopo l’alluvione. Oggi si rende omaggio anche a Marcello Giannini con una targa del comune, perché quel suo microfono fu fondamentale per far partire quella che poi si rivelerà una delle più importanti iniziative Rai di tutti i tempi, una forma di autentico servizio pubblico. La portata della tragedia, come accadeva a quei tempi, non fu chiara subito, ma il direttore della Rai era toscano, Ettore Bernabei, e in poche ore seppe che stava succedendo l’inverosimile. Ancora oggi appare incredibile che ci siano stati solo 35 morti, un fatto certamente dovuto all’ora dello straripamento del fiume nella città, all’alba, che consentì ai fiorentini, svegliati dal fragore dell’acqua, di rifugiarsi ai piani altri. Difficile spiegare ai giovani come si lavorava allora. Le notizie arrivavano lentamente, la fonte principale era l’agenzia Ansa, e lo fu anche allora. Le troupe della Rai partivano in macchina, ancora dotate di cinepresa, pellicola, registratori per l’audio. Dovevano fermarsi a telefonare dai bar e dalle –poche- cabine telefoniche. Per questo la vera protagonista dei primi giorni dell’alluvione fu la radio, e le voci venivano raccolte da una finestra all’altra e anche al telefono, con il  registratorino, detto “nagrino”, accanto alla cornetta, se trovavi qualcuno a cui non era saltata la linea. Ma dalla sede fiorentina appena possibile i giornalisti e gli operatori uscirono, aiutati dai vigili del fuoco, riuscendo a filmare quelle immagini passate alla storia dell’acqua fangosa che travolge auto, bastioni dei lungarni, statue e, la più ricordata di tutti, i libri della biblioteca nazionale. Sappiamo che quei volumi furono salvati da un moto popolare di giovani che ogni giorno correvano in qualche modo a Firenze e che la storia ci ha raccontato come “angeli del fango”. E qui si torna alla potenza della Rai. Come già era avvenuto con la radio per l’alluvione del Polesine del 1951, si
lanciò la catena degli appelli e delle indicazioni operative, si raccoglievano aiuti e nomi di chi era disposto a unirsi ai soccorsi, la protezione civile non esisteva, c’erano gli ospedali, gli infermieri, polizia, carabinieri, vigili e, soprattutto, i volontari. Un popolo solidale che aveva ancora negli occhi la fine di una guerra e di una dittatura disastrosa, appena 20 anni prima. Ma la televisione, anche se qualche giorno dopo, ebbe il potere di raggiungere il resto del mondo, provocando quella reazione emotiva inimmaginabile, determinata soprattutto dal fatto che fosse stata colpita una delle città d’arte più famose e amate. Da tutti i paesi arrivarono aiuti, esperti, restauratori, per salvare la culla del Rinascimento. Il vero motore che scatenò questa immensa catena di solidarietà fu una delle pagine della TV italiana più importanti della sua storia: il documentario “Per Firenze”, realizzato da Franco Zeffirelli e raccontato da Richard Burton. Erano entrambi a Roma, con Liz Taylor moglie di Burton, per girare “La bisbetica domata”, la Rai li contattò, coinvolse l’istituto Luce, Zeffirelli non esitò un attimo, Burton riuscì a prepararsi al punto di leggere il testo anche in italiano. Due settimane dopo l’alluvione andò in onda, emozionando tutta l’Italia e fu
ritrasmesso dalla maggior parte delle televisioni del mondo in inglese. La versione italiana cominciava con questa frase: “Voi perdonerete il mio italiano imperfetto, ma Firenze ha bisogno dell’aiuto di tutti, perché Firenze appartiene al mondo e quindi è anche la mia città”. Rivedetelo anche oggi, vi emozionerà. C’è stato un tempo in cui tutto questo era possibile. C’è stato un tempo.


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