Emfa, la grande incompiuta

Randa Ghazy: “L’Occidente a Gaza ha smarrito se stesso, ma forse i giovani possono ancora salvarci”

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Randa Ghazy, giornalista e scrittrice italo-egiziana, non usa mezzi termini: “L’Occidente è morto a Gaza”, come recita il titolo del suo saggio-inchiesta uscito qualche mese fa per Solferino. E in effetti la tragedia in atto in Palestina, il genocidio ai danni del popolo gazawi e l’occupazione della West Bank da parte dei coloni israeliani, corrisponde a un autentico sonno della ragione, di cui Ghazy documenta ogni singolo aspetto, non tralasciando alcun dettaglio. Sono storie potenti, quelle racchiuse nella sua opera e in questa nostra intervista: bambini, colleghe e colleghi, ragazzi, persone comuni stremate dall’apartheid, dai bombardamenti e dalla vita disumana che si conduce nei campi profughi. Eppure, ragionando insieme, siamo giunti alla conclusione che forse, sia pur lentamente, qualcosa stia cambiando. Basti pensare al premio Nobel per la Pace recentemente attribuito alla giurista sudafricana Navi Pillay, la giudice della Corte Penale Internazionale che per prima ha parlato di genocidio, conferendo all’operato dell’IDF la veste di un crimine contro l’umanità perpetuato ai danni del popolo palestinese. Basti pensare alle piazze di tutte le società occidentali e ai campus americani invasi da ragazze e ragazzi che non accettano più il silenzio complice dei propri governi. Basti pensare al voto in Israele dello scorso 27 ottobre, quando i partiti arabi hanno conquistato ben diciannove seggi su centoventi alla Knesset, mettendo in difficoltà Netanyahu per la prima volta dopo un decennio e risvegliando l’assopita opposizione al suo governo di fondamentalisti. Insomma, si è alzato un vento nuovo e tutto sommato positivo, anche se non sappiamo se sia ancora possibile salvare Israele da se stesso, restituendo ai palestinesi la dignità e i diritti che spettano loro.
Questa denuncia può aiutare in tal senso. Illuminare a giorno la barbarie, ricordare il caso di Hind Rajab (la bambina palestinese assassinata con oltre trecento proiettili), parlare degli oltre trecento giornalisti assassinati a Gaza, mettere in evidenza l’abisso della colonizzazione e della ferocia in corso in Cisgiordania e far presente che esistono poeti, scrittori, scrittrici e un vastissimo universo culturale palestinese di cui alle nostre latitudini si parla troppo poco non equivale alle sanzioni contro Israele, che pure sarebbero doverose da parte dei governi europei, ma può contribuire a creare la giusta pressione ad opera dell’opinione pubblica, premessa per un cambio di passo mai come ora indispensabile. A Gaza e non solo, infatti, è in gioco il destino dell’umanità e del diritto internazionale.

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