In quella che per tante persone è una sorta di soap opera estiva, come di per sé è stato chiamato dai media l’affaire Report, in cui i protagonisti sembravano essere esclusivamente Ranucci/Lavitola, si perde di vista chi, da quando tutto è cominciato, più sta rischiando nello scorrere delle vicende oramai giornaliere;
Chi pare non poter far altro che seguire l’avvicendarsi delle notizie, del destino del conduttore, delle frasi in sospeso affinché nascano sospetti e/o vuoti da riempire in momenti di audizione successivi.
Insomma chi Report lo fa, trasmissione dopo trasmissione, spesso anticipandone rischi e spese: la redazione.
Tra chat e amicizie fraterne, tra vongole sgusciate e mandanti, da due mesi, con una continuità che non ha conosciuto sosta, soprattutto in alcuni media di destra, che mai hanno tolto dalla prima pagina la notizia, è un continuo rincorrersi a chi getta più fango, impasta più congetture sul perché è sul per come ci si trovi nel “caso dell’estate”, nato, giusto per ricordarselo, da un attentato d’autunno.
In un primo tempo si è puntato il dito sul conduttore, le sue relazioni, la gestione della programmazione, per poi trovare il modo per allargare il getto del fango e puntare alla luna, alla redazione tutta.
E così emerge quel luogo di pensiero e produzione che fino a questo momento sembrava essere rimasto sullo sfondo, come se chi materialmente fa Report non ne fosse il vero motore, ma un accessorio di quella che, per tanto tempo, c’è stata raccontata come una squadra.
“Report, il frutto di un lavoro collettivo”. “Senza squadra, non c’è Report”, abbiamo sentito dire più volte.
E chi fa questo lavoro, chi sta dentro e fuori le redazioni, lo sa per certo che non è un modo di dire, che i giornali, le trasmissioni sono lavoro collettivo; che senza chi scrive, chi fa le riprese, titola, impagina, monta i servizi, controlla fino all’ultima virgola/immagine, senza (un tempo si diceva) il consumo delle suole sotto le scarpe, il singolo pezzo fino al complessivo prodotto finale non esisterebbe.
Non ne esisterebbe la qualità, che spesso è frutto tanto della passione che muove, quanto della fatica.
Da quando tutta questa vicenda si è trasformata in una bagarre mediatica, scorrendo giorno dopo giorno la rassegna stampa, mi sono sempre chiesta ma chi mette in salvo giornaliste/i, autrici e autori da tutto questo fango?
Il nostro ordine, cui ogni anno versiamo una quota di un’appartenenza sempre più sfilacciata e sempre meno orgogliosa, il nostro sindacato, da cui dovremmo essere difesi sin dal primo momento, dove sono?
La stessa politica, quella che si batte per la libertà di stampa, per il diritto al lavoro, per gli appalti/subappalti anche del lavoro intellettuale, nel momento in cui si sta colpendo un presidio di informazione, di inchiesta, prezioso in un paese che sprofonda sempre di più in quella che è la classifica sulla libertà di stampa, di cosa è realmente preoccupata, quando pare balbettare frasi fatte?
Come fa a non comprendere da subito che c’è qualcosa che non torna, in quell’agenda di difesa dei diritti che la stessa politica dovrebbe dettare… dove è finita la difesa innanzitutto delle persone, della redazione allargata che rimane sospesa, mentre tutto intorno sembra esserci solo Ranucci come tema.
Delle inchieste per cui si è già sborsato il proprio danaro per metterle insieme, visto che spesso si è esterni dalla Rai, di quelle che aspettano di andare in onda, di quelle in standby che si stanno mettendo insieme che cosa si fa? In quale limbo si vive fino a novembre?
Quando un’azienda, in questo caso una trasmissione televisiva, inizia ad avere difficoltà, e’ a chi ci lavora dentro che si pensa; quando una nave è in mezzo a una burrasca, sono le persone che si mettono in salvo per prime, lo sa bene anche il comandante, che scende per ultimo, vero, ma solo ed esclusivamente quando tutto l’equipaggio è stato messo in salvo.
Amareggia che si parli della redazione solo ora che un giornale pubblica una tabella con delle cifre che si fan passare per stipendi, una modalità con cui si tenta di manipolare ancora una volta l’informazione.
Così come amareggia che siano gli stessi giornalisti/giornaliste a doversi difendere, mentre la Rai tace. O meglio, non solo non fa quadrato attorno a una sua trasmissione d’inchieste, che oramai è sempre più palesemente sotto un attacco incrociato, politico e mediatico, di una medesima matrice; ma non denuncia lei per prima la “fuga” di questi documenti, non apre un’inchiesta interna per comprendere chi consegna su un piatto d’argento quei dati a una testata che li utilizza per screditare chi lavora. Perché se condividere mail e’ peccato e si va di comitato etico, lo è anche far uscire importi di compensi che vengono negati persino a membri di minoranza del Cda. Sia mai che si scopra che alla fine il vero danno economico alla tv pubblica viene da quelle trasmissioni portate avanti da conduttori vicini a quello stesso governo che ora chiede la testa di Ranucci.
Se la Costituzione si fonda nel suo primo articolo sul diritto al lavoro e nel suo articolo 21 su quello all’informazione senza censure, quando è il tempo di mettere davanti a tutto chi fa Report per davvero?
