Emfa, la grande incompiuta

L’attacco a Scarpinato distrae dalla verità: la pista “mafia-appalti” vale zero tagliato. Ora le opposizioni ripartano da Caselli

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L’ennesimo attacco della destra al senatore Roberto Scarpinato tenta di distrarre dall’elefante che sta in mezzo alla stanza: la pista “mafia-appalti” per spiegare la strage di Via D’Amelio vale “zero tagliato”, per citare le parole del Procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, adoperate in Commissione Antimafia riferendosi a tutt’altra pista, quella nera, sulla quale invece ha l’obbligo di continuare ad indagare.

La destra meloniana ha preso carta e penna ed in maniera tanto leziosa quanto ipocrita ha scritto ai vertici del M5S caldeggiando le dimissioni dalla Commissione Antimafia del Senatore Roberto Scarpinato, sulla base di quanto scritto nelle motivazioni con le quali il GIP di Caltanissetta, Santi Bologna, ha argomentato l’accoglimento della richiesta di archiviazione redatta dal Procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, il quale già nell’atto di richiesta di archiviazione ne aveva abbondantemente trattato.

Nel merito di questi argomenti non entro: l’avevo già fatto per questo blog e rimando senz’altro alle rinnovate spiegazioni del Senatore medesimo e dei vertici del gruppo 5Stelle al Senato, che tra l’altro giustamente ribadiscono la radicale illegittimità dell’utilizzo fatto da parte della Procura di Caltanissetta delle intercettazioni tra Scarpinato e Gioacchino Natoli. Una incoerenza tanto più incontestabile considerato il trattamento opposto riservato alle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia.

Mi limito a sottolineare che questo attacco da un lato è in linea con la strategia definita fin dal Giugno del 2023 quanto Chiara Colosimo, allora appena diventata presidente della Commissione parlamentare Antimafia (nonostante la pubblica opposizione di decine di famigliari delle vittime delle stragi di terrorismo e mafie) decise di incontrare riservatamente a Palazzo San Macuto il generale Mori, l’avv. Trizzino, accompagnati dai vertici del Partito Radicale, i quali si incaricarono di spiegare ai giornalisti che attendevano in strada che l’incontro era servito proprio a mettere in guardia la neo-presidente da alcuni evidenti “conflitti di interessi” che bisognava risolvere urgentemente per sgombrare la strada che avrebbe portato alla scoperta di luminose verità sulle stragi di Palermo. Dall’altro lato questo attacco così tempestivamente apparecchiato dai campioni della destra dentro e fuori il Parlamento (le motivazioni ingombrano centinaia di pagine, ma i lanci di agenzia hanno seguito di poche ore il rilascio delle stesse) preparano con ogni evidenza l’ultimo atto: la pubblicazione della relazione di maggioranza sulla strage di Via D’Amelio che spiegherà all’Italia che Borsellino, ma anche Falcone, hanno pagato con la vita la loro curiosità per gli intrecci tra mafiosi, imprenditori del Nord e politici, agevolati direttamente o indirettamente da un fascio di vipere in toga. Con una fondamentale precisazione: imprenditori del Nord che si occupavano di calcestruzzi e non di TV, politici seppelliti con il crollo della “Prima Repubblica”. Giuseppe Graviano, chi era costui?

Tutto ciò posto, torniamo all’elefante, che è l’archiviazione in se stessa dell’indagine che ha ipotizzato un collegamento causale tra il dossier “mafia-appalti” e la strage di Via D’Amelio: non è emersa nemmeno una prova che consentisse di andare a processo. Questo è il punto.

E non è emersa nemmeno una prova, perché non c’è. Perché provare a ridurre le stragi del ’92, isolate da quelle del ’93, alla questione degli appalti è fumo negli occhi che serve a farli chiudere su tutto quanto abbiamo acquisito in questi trenta a più anni, soprattutto sul piano dei depistaggi, tutti rigorosamente di Stato.

Alla relazione della maggioranza, che avrà effetti considerevoli sul futuro del Paese se non contradetta efficacemente, bisogna che le opposizioni rispondano adeguatamente, possibilmente in modo unitario: la storia ci ha già insegnato che le relazioni di minoranza possono avere una centralità decisiva. Io non ho dubbi su quale dovrebbe essere il nucleo di questa contro-relazione: il contenuto delle due audizioni in Antimafia sostenute da Gian Carlo Caselli nel Luglio e nel Novembre del 2025. L’ex Procuratore di Palermo ancora una volta si caricò sulle spalle non soltanto l’onere di dire la verità, avendo già sperimentato quanto poco ciò venga apprezzata in questo Paese, ma anche di indicare con precisione i documenti mai revocati in dubbio, che smontano in radice la ricostruzione inaccettabile di quelle vicende firmata dal duo inossidabile Mori-DeDonno. Prendere le mosse da quel nucleo avrebbe anche il valore simbolico di riconoscere a Gian Carlo Caselli il posto che gli spetta nella storia della perseverante ed intransigente difesa della Costituzione repubblicana, che per tanto è passata dai processi aperti in quegli anni a Palermo.


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