Malgrado la fortissima polarizzazione tra Ignacio Lula da Silva, 80 anni, e Flavio Bolsonaro, 46 -i due maggiori candidati- il Brasile non ha eletto ieri il nuovo capo dello stato e deve tornare a votare il prossimo 25 ottobre. Tra 3 settimane, come fissato dal Superiore Tribunale Elettorale. Né l’uno né l’altro hanno infatti raggiunto quel 50 per cento dei suffragi più uno richiesto dalla legge. Contro la maggior parte dei pronostici, tuttavia, la destra bolsonarista esce evidentemente rafforzata da questa prima consultazione alla quale erano chiamati 159 milioni di votanti. Non soltanto, infatti, Bolsonaro è risultato primo con il 47 per cento contro il 45 di Lula, una distanza marcata che non ha mancato di sorprendere; ma anche nel voto del Senato e in quello per i governatori dello stato hanno finora prevalso i candidati del partito liberal-sovranista contro quelli del partito del Lavoro. La giornata, sebbene tanto carica di attese, con le strade delle grandi città affollate come tutte le domeniche, si è svolta in un clima tranquillo, anzi festivo.
La sommarietà dei dati fin qui disponibili non permette alcun esame del voto e comunque è pressoché unanime in Brasile l’opinione che il ballottaggio elettorale sia come il secondo tempo negli incontri di calcio: un’altra partita, non il suo proseguimento. Cambierebbero logica e prospettiva: l’animo degli elettori e le alleanze d’interessi. Era cominciata anche peggio per Lula: per buona parte dello scrutinio l’avversario sembrava dominarlo da una percentuale costantemente oltre il 50. Soltanto nella seconda metà del conteggio il computo ha cominciato a riequilibrarsi. Una qualche logica è stata confermata. Lula ha prevalso una volta ancora nel nordeste del gigantesco paese (213 milioni di abitanti), la parte di più autentica cultura autoctona e di minor sviluppo economico, così come nelle grandi conurbazioni: San Paolo, cuore e mente del sistema finanziario e industriale, Rio, cosmopolita e gaudente, spiagge, samba e favelas. Ma Bolsonaro è riuscito a strappargli ben 700 centri urbani medio-grandi che nel 2022 avevano preferito Lula. Oltre alle vastissime zone in cui il latifondo è egemone.
Decisivo, negli esiti della prossima tornata elettorale, sarà l’equilibrio parlamentare a Brasilia e soprattutto al Senato. A quest’ultimo, infatti, la Costituzione affida i poteri di impeachment sulle massime istituzioni della Repubblica ed è già in atto da tempo una guerra d’ imboscate giudiziarie con cui la destra punta a liberarsi dei giudici della Corte Suprema ad essa presuntamente ostili, per ottenere alcune riforme in senso autoritario dello stato. Inoltre entrambi i candidati non potranno portare avanti i rispettivi programmi economici senza un adeguato sostegno parlamentare. La società brasiliana ha superato la crisi scatenata dal Covid e ha condizioni di vita tra le migliori dell’intera America Latina. Ma così come lo stato è assediata e angustiata dai debiti, insidiata dall’inflazione. Bolsonaro le promette di consolidare i conti, ma a costo di tagliare la spesa pubblica; Lula garantisce invece gli investimenti pubblici necessari a sostenere i servizi sociali. Sarà il Congresso a decidere. Dalle sue maggioranze dipenderanno anche i rapporti con l’Argentina sovranista di Milei e le sorti del Mercosur.
