Senza Indymedia la narrazione di Genova sarebbe stata normalizzata. Intervista a Sara Menafra

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I social prima dei social, ma senza cedere al vezzo dei selfie. Addirittura twitter prima di twitter. Soprattutto un modo orizzontale di raccontare i fatti, con una particolare predilezione per quelli che riguardavano i movimenti, che di solito erano ignorati se non strumentalizzati dai media mainstream. In una parola: Indymedia.

Imillennium bug copertina l libro che racconta la parabola di questo mezzo di comunicazione molto innovativo per i tempi – parliamo della fine degli anni ‘90/inizio del XXI secolo – s’intitola “Millenium bug, una storia corale di Indymedia Italia” (Edizioni Alegre 2021), l’hanno scritto alcuni degli animatori – Emanuela Del Frate, Sara Menafra, Peppe Noschese, Francesca Urijoe e Franco Vite- di quel progetto. Molto utile per chi non c’era – è come raccontare ad ragazzo d’oggi che i telefoni erano fissi al muro qualche anno fa – e che ha il pregio di essere onesto anche sui propri limiti.

Nata qualche anno prima, Indymedia ebbe il suo momento di gloria “maledetta” durante il G8 di Genova, perché molte delle immagini che hanno testimoniato la “macelleria messicana” provengono da lì, perché in quei giorni del 2001 le telecamere digitali e i telefonini erano per la prima volta a disposizione di tutti, ovunque, e quindi in grado di contrastare la versione ufficiale dei fatti.

Sara Menafra è una delle autrici di “Millenium bug” e in quel laboratorio di comunicazione che era Indymedia ha mosso i suoi primi passi.

Come spiegheresti ad un ragazzo di oggi abituato ai social cos’era Indymedia?
«Era un sito statico diviso in più sezioni. In una chiunque poteva postare foto, video, testi senza iscriversi, bastava un nickname. Controllavamo a posteriori che non ci fossero contenuti d’odio. Poi c’era la colonna centrale delle features: qui c’era un collettivo di persone che ragionava su cosa pubblicare. Era un gruppo aperto, che discuteva moltissimo. Avevamo stabilito che regnava il metodo del consenso: nessuno doveva più obiettare sul contenuto prima di pubblicare un pezzo. Un metodo iniziato a Seattle nel ‘99 che ha preso piede in tutte le iniziative dei movimenti».

Dunque le caratteristiche erano orizzontalità e disintermediazione. Punti di forza e debolezze di queste qualità?
«Eravamo tempestivi. Allora non c’erano i social. Le manifestazioni le raccontavamo al meglio, ogni partecipante era una fonte. Potevamo documentare le scene di violenza quasi in diretta. Eravamo immediati, più veloci dei media mainstream. Sulla gestione delle news era più difficile…il metodo del consenso era sfinente. Però ci abbiamo provato, è stato un esperimento importante.  Consideravamo superato il concetto di controinformazione – anche se alcuni veneravano quella degli anni ‘70 – non facevamo il contrappunto ai media tradizionali, noi eravamo un’altra cosa: noi puntavamo all’autogestione dell’informazione. Lo slogan era “Don’t hate the media, become the media”».

L’esperimento, come lo chiami tu, ad un certo punto, qualche anno dopo il G8 di Genova, non ha retto. Perché?
«Per diverse ragioni. Decisiva la perdita di forza del movimento: sono venuti a mancare obiettivi comuni, l’entusiasmo e quando cala questa spinta emergono i limiti, c’erano dei momenti in cui su Indymedia c’era di tutto: insulti, infiltrazioni dei fascisti…Il secondo motivo è tecnologico. Facevamo miracoli con la tecnologia dell’epoca, ma nei primi anni 2000 la centralità delle tecnologie ha spinto enormi risorse sulle Big Tech, le quali hanno distrutto il sogno della rete come spazio libero. Il neoliberismo aveva bisogno di un ferreo controllo delle tecnologie di comunicazione».

E poi c’è la necessità di rendere più giornalistico Indymedia: verifica delle fonti, gerarchizzazione delle notizie, ruoli in redazione: insomma fare i giornalisti…
«Sì, ma non credere che non ci fosse un controllo delle notizie: a Genova, per esempio, le notizie che ci arrivavano dalle strade erano verificate. Ovviamente eravamo in pochi e gli input che ricevevamo erano tanti. Comunque anni dopo, è vero, c’è stata discussione sulla necessità di trasformarci in qualcosa di più strutturato giornalisticamente, ma questo confronto è stato aspro, ci ha divisi. E ha coinciso con la crisi dei movimenti e la velocizzazione dello sviluppo tecnologico… Però se pensiamo ai fatti di Genova va riconosciuto a Indymedia di aver contribuito a cambiare la narrazione. Per troppo tempo è stata semplificata dai media mainstream con la contrapposizione tra manifestanti violenti contro poliziotti che facevano il loro dovere; noi invece abbiamo fornito a getto continuo le testimonianze di cosa avveniva davvero nelle strade di Genova. Abbiamo smontato il cliché dei violenti contro i buoni e anche i media tradizionali ne hanno dovuto prendere atto».


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