La scarcerazione di Brusca. E chi soffia sul fuoco

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La scarcerazione di Giovanni Brusca è, dal punto di vista morale, un abominio. Fa male pensare ai familiari delle vittime dello “scannacristiani” che sono i veri condannati all’ergastolo.
Fa male, provoca turbamento, scuote le nostre coscienze. La reazione a caldo, sull’onda degli eventi, ci deve però ricordare che le mafie esistono e sono – purtroppo – tutt’altro che sconfitte. Una convinzione che dovremmo maturare nella quotidianità e non solo in momenti come questi. Convinzione alla quale siamo arrivati (anche) grazie alle collaborazioni con la giustizia di “macellai” come Brusca. Fa male, ma senza ipocrisie va accettato.

Ed allora chiariamo che il termine “pentiti” è un’ottima invenzione giornalistica ma poco reale rispetto alle persone di cui spesso trattiamo. Uccidere una donna incinta, “scannare” un bambino e scioglierlo nell’acido, piuttosto che far saltare un pezzo di autostrada sono fatti che non hanno bisogno di ulteriori commenti. È il cortocircuito fra “pentimento” (invenzione giornalistica) e collaborazione con la Giustizia (intento reale).

È di questo cortocircuito che trattiamo in queste ore, nel caso della scarcerazione, dopo oltre 25 anni, di Giovanni Brusca. Il boss di San Giuseppe Jato, fedelissimo di Totò Riina, era stato arrestato il 20 maggio 1996 in una villetta vicino ad Agrigento, con il fratello boss Enzo e le loro mogli. Ieri ha terminato la sua detenzione dopo 9.142 giorni che equivalgono a 25 anni e 11 giorni.

Non “pentiti” ma collaboratori di giustizia

Ma com’è possibile che un boss del suo calibro che, per sua stessa ammissione ha fatto “più di cento omicidi ma meno di duecento”, sia ritornato in libertà per fine pena? La spiegazione sta nella sua collaborazione con la Giustizia, iniziata nel 2000. È Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni, a spiegare: “Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata”.

Una legge che, in molti, in queste ore stanno commentando come “ingiusta”, “folle”, “vergognosa”. Ma che, va sottolineato, ha permesso di conoscere alcuni dei segreti di Cosa nostra. Senza i collaboratori di giustizia avremmo conosciuto molto meno di ciò che sappiamo sulla mafia e sui brandelli di verità dei rapporti fra mafiosi e pezzi dello Stato. Il ‘qui pro quo’ sta proprio su questo punto, nella lettura che diamo dei “collaboratori di giustizia”. Ne ho conosciuti tanti nella mia esperienza giornalistica, troppo pochi si erano realmente pentiti. E d’altronde il pentimento non può essere imposto, è un percorso intimo che si raggiunge – se si raggiunge – con il tempo. La verità – e giuridicamente non c’è nulla di male – è che i mafiosi che collaborano con gli inquirenti non sono affatto pentiti di ciò che hanno fatto, bensì iniziano a collaborare per avere degli sconti di pena. I cosiddetti benefici della collaborazione: non sta a chi scrive comprendere se quella di Brusca sia stata reale e piena, ma è lecito domandarselo.

Brusca ha ottenuto lo status di collaborante nel 2000, dopo non poche polemiche. Dal suo arresto nel 1996 è stato condannato a pene complessivamente ammontanti a trent’anni di reclusione (si chiama cumulo giuridico ed è, ai sensi dell’articolo 78 del Codice Penale, il massimo di pena temporanea cumulabile) e li ha scontati, al netto della liberazione anticipata ottenuta (45 giorni ogni semestre di pena espiata).

Urgente una legge sull’ergastolo ostativo

Fa male moralmente, molto male, vedere un pluriomicida che si vantava della sua ferocia in libertà (ancorché vigilata per almeno altri 4 anni). Ma cosa sarebbe della lotta alle mafie senza la premialità per chi collabora con la Giustizia? Senza ipocrisie, vorrei che rispondessimo a questa domanda cruciale. Magari evitando di mettere insieme (talvolta in malafede per disarcionare le residue possibilità di avere collaboratori che riferiscano fatti vari ma scomodi) la questione della certezza della pena con l’indispensabile collaborazione con la Giustizia. Perché esiste il tema dei fin troppo facili sconti che vengono dati a chi si è macchiato di reati gravissimi, come mafia o terrorismo. Così come esiste la “madre di tutte le battaglie”, quella su cui non arretrare un millimetro, ovvero l’ergastolo ostativo (e il carcere duro).

Come ha detto Salvatore Borsellino, se non ci fosse più l’ergastolo ostativo (cioè la norma che permette ai mafiosi e terroristi di non commutare la pena in 26 anni senza la fattiva collaborazione con la giustizia) avremmo visto “tra un certo numero di anni Brusca libero senza neanche aver collaborato con la giustizia e fatto arrestare tanti altri criminali come lui”. E questo pericolo, dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale, è tutt’altro che scampato. Allora si agisca subito, se necessario anche sull’onda emotiva di questa scarcerazione, per mettere in salvo – con una nuova legge approvata dal parlamento – gli strumenti dell’ergastolo ostativo e del carcere duro (il cosiddetto 41 bis) per i mafiosi. Ora, subito. Chi legifera si dia il limite del 19 luglio, giorno della commemorazione della strage di Via D’Amelio.

In quei 57 tragici giorni tra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992, la mafia e uomini infedeli dello Stato hanno realizzato due stragi, questo Parlamento può approvare una legge che ponga in salvo i veri capi saldi del “doppio binario” della lotta alle mafie voluti dal dottor Falcone.

È troppo facile soffiare sul fuoco dell’indignazione e girarsi dall’altra parte sulle proprie responsabilità di legislatori. Allora sì che potremo rassicurare i familiari delle vittime, dicendo loro che “lo Stato non arretra davanti alle mafie”. E magari accettare che le leggi ci sono e vanno rispettate, anche quando la loro applicazione ci piace molto poco, come in questo caso.


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