La donna di Oslo, di Kjell Ola Dahl

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Siamo in una mattina dell’agosto del 2015 quando l’attenzione di Turid cade su di un articolo dell’ Aftenposten che annuncia, con tanto di foto, la prossima vendita all’asta di un bracciale, un pezzo unico! un piccolo tesoro! del valore di più di centomila corone. Un bracciale a forma di cerchio rigido, con alcune incisioni, da cui pende un ciondolo d’oro, dalla forma rotondeggiante, con incastonata una pietra preziosa.

Sono oramai passati 48 anni dall’ultima volta che Turid lo indossava al polso. “Quel bracciale era stato rubato! È parte di una refurtiva! Non potete vendere oggetti che appartengono ad altri!”.

Turid ha ancora la copia della denuncia di quel furto, presentata sul finire degli anni Sessanta. Era appartenuto alla madre. “Quale delle tue madri, Turid?, La mia madre biologica, Vidar. Quella che è stata uccisa.”.

Ed è così che il tentativo di bloccare la vendita all’asta di quel bracciale, così prezioso per Turid, oramai settantenne, viene utilizzato dall’autore come pretesto narrativo intorno al quale si dipanano le vicende raccontate con sapienza e mestiere; un intreccio inestricabile tra le vite dei diversi personaggi che popolano il romanzo nell’arco di tre anni ben precisi: il 1942, il 1967 e, infine, il 2015. Un puzzle dai molteplici pezzi, difficili da incastrare, dove l’incastro di ognuno può risultare sbagliato, senza sbocchi, un vicolo cieco, e soltanto all’ultima pagina troverà il suo innesto perfetto.

Un giallo storico, solido, ben costruito, con numerosi protagonisti, tutti accomunati dagli eventi tragici del conflitto bellico e da un evento drammatico che segnerà, in un modo o nell’altro, indelebilmente, la loro esistenza.

Un romanzo dal ritmo incalzante, scritto da Kjell Ola Dahl (classe 1958), uno dei padri del giallo nordico, vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Premio Riverton (2015). Il romanzo (394pp – € 18), è in libreria dal 18 marzo scorso, con Marsilio Editore.

Ma torniamo alla trama. Siamo nel 1942, negli anni dell’occupazione tedesca della Norvegia, della deportazione degli ebrei. Ester Lemkov è una giovane corriere della resistenza che, dopo aver assistito, impotente, all’arresto del Padre, decide di fuggire a Stoccolma, aiutata dalla resistenza norvegese, nel timore che la Gestapo possa arrestare anche lei. Accolta a Stoccolma dalla Legazione norvegese, la giovane ebrea diventa il contatto di un temuto e ricercato uomo della resistenza norvegese, Gerhard Falkum – già combattente in Spagna durante la Guerra civile al fianco delle forze repubblicane -, tra i più ricercati dai nazisti, del quale, tuttavia, si perderanno ben presto le tracce e dato quindi per morto.

Ma, improvvisamente, ed inaspettatamente, ecco che dopo venticinque anni da quegli eventi, siamo oramai nel 1967, Gerhard riappare tra le strade di Oslo, ed insieme a lui ritornano, minacciosi, i fantasmi del passato: ma non era morto? perché è tornato? dove ha vissuto per così tanto tempo? è tornato per vendicarsi?

Ed è così che i vari protagonisti del romanzo rivivono, ciascuno con le proprie paure, le proprie angosce, ma anche con le proprie speranze, un passato che sembrava sepolto. Un passato che bussa insistentemente alle loro nuove vite per esigere il suo tributo di sangue.

La ricomparsa di Gerhard imporrà soprattutto ad Ester il difficile compito di mettere insieme i pezzi di un puzzle impazzito, iniziato con la morte violenta della sua giovane amica Ase Lajord, la Madre di Turid e la nascita di un grande amore; e in cui aleggia la presa di coscienza di un tradimento ancora più grande.

Una narrazione credibile, dunque, il cui unico appunto è, a nostro avviso, l’eccesso di toponimi utilizzati dall’Autore nella descrizione delle strade della città di Oslo che fanno da sfondo alle vicende ivi raccontate, appesantendo la scorrevolezza della lettura.

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