Prospettive del Postumano

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Dopo la paura, lo sbigottimento, gli andrà tutto bene, dopo il lockdown o forse già durante è iniziata la riflessione sulla pandemia, sulle cause, sul mondo prima e sul mondo dopo, un dopo che a un anno di distanza appare ancora incerto e non sappiamo quanto vicino, ma un dopo che, abbiamo capito, già si dovrebbe cercare di delineare adesso.

Marco Revelli in un denso saggio di poco più di cento pagine ci offre alcuni punti focali per una riflessione che cerca anche di prospettare una via d’uscita, rivisitando il significato di umano, inumano e postumano nella cultura occidentale (Marco Revelli, Umano Inumano Postumano. Le sfide del presente, Einaudi 2020). Se il volgere del millennio ha registrato episodi sempre più gravi di razzismo fino a far supporre che fosse in corso un processo di disumanizzazione, è stato con il raro spill over o “salto di specie” del virus, con   il documento della Società italiana degli anestesisti e rianimatori, con le immagini dei triage dei nostri ospedali, dove medici e infermieri erano chiamati  a prendere decisioni fatali in pochi minuti, che è riaffiorato nell’autore il ricordo dell’orrenda rampa di Auschwitz dove avveniva con uno sguardo la prima  selezione in base alle condizioni fisiche e anagrafiche dei nuovi arrivati per decidere il loro destino. E’ bastato l’ingresso di un’entità biologica “non umana”, il virus, nello spazio cellulare dell’uomo perché si compromettesse tutta l’intera struttura valoriale e normativa che ha retto la nostra vita sociale e che è basata sul nostro umanesimo. Nel momento in cui la vita sociale deve essere  sacrificata  alla sopravvivenza della vita biologica, abbiamo visto che anche il principio di eguaglianza, il fiore all’occhiello della modernità, perde valore, l’humanus genus si viene a trovare spaccato in base all’età, alla salute, alla speranza di vita, quindi tra giovani e vecchi, forti e deboli, sani e malati. Nella condizione dis – umana di solitudine in cui ci ha posto il virus nasce dunque il bisogno di una riflessione radicale sulla condizione esistenziale di un mondo che già da tempo si avverte come insostenibile. L’autore riconosce nel nostro tempo una di quelle “ epoche assiali”, uno di quei tempi sospesi, contesti del “non più” e “non ancora” in cui un ordine si dissolve senza  che si modelli un nuovo modello di Ordine e di Principi. Revelli ci avverte che umano e disumano sono sempre convissuti in una storia universale in cui si intrecciano momenti di umori feroci e altri, più rari, di sublime generosità  e vuole offrire una “ pur rapsodica mappa”  dell’opera di decostruzione dell’humanitas classica cu cui si è plasmata e retta la civiltà occidentale.

L’autore fa allora un passo indietro. Riparte dal concetto di Humanitas entrato nel lessico colto dei Romani nel II e I sec. a.C., versione latina della parola greca philantropia, traducibile con benevolenza (benevolentia erga omnes) e diffusa nel teatro da Terenzio e Plauto, ma già presente in Menandro.  Nella radice del concetto di Humanitas c’è anche un altro termine paradigmatico greco, quello di Paideia (Educazione), il processo formativo del cittadino beneducato, perché solo l’uomo colto è in grado di cogliere il tratto universale di appartenenza alla medesima natura che accomuna gli uomini e fa loro apprezzare la convivenza. In questo senso il concetto viene ripreso da Aulo Gellio e da Cicerone, per il quale il recte loqui humanus è sì  dote fondamentale del retore, ma più in generale dell’uomo virtuoso e colto, unico tra gli esseri viventi capace di parola e di trasmettere agli altri il proprio pensiero. Il fattore culturale dunque, non etnico né biologico, distingue gli uomini dai barbari da una parte e dagli animali dall’altra. Nel concetto di Humanitas si sovrappongono e si combinano l’idea di “natura umana universale” e di “cultura enciclopedica universalistica” in un unico nucleo normativo. Cristianesimo, Rinascimento, Illuminismo, pur nelle loro differenze e pur contenendo potenziali fattori di rovesciamento, condividevano la convinzione che nell’humanitas intesa come philantropia, cioè “ comunanza consapevole”, consistesse la qualità specifica dell’uomo, rispetto alla quale l’inumano si poneva come una sorta di “fuori dall’uomo”. Ma già con la prima Guerra mondiale e soprattutto con Auschwitz questo caposaldo del pensiero occidentale si è infranto con l’irruzione del disumano nell’umano, irruzione avvenuta nel pensiero non solo nella storia. Il disumano è stato teorizzato e programmato attraverso quella stessa ratio che nella visione classica avrebbe  dovuto fondare la  Philantropia. Auschwitz rivela quanto il dis-umano sia inscritto nell’umano, in – umano dunque. Avviene un cambio di paradigma, c’è l’affermarsi di un diverso nucleo normativo che in qualche misura trova nell’in – humanitas la propria radice di verità.  Ma l’inumano come “possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo” sembra drammaticamente diventato la trama della nostra attualità con gli atteggiamenti assunti da noi e la posizione assunta dall’Europa di fronte al fenomeno delle recenti migrazioni, cui abbiamo risposto con una sorta di rovesciamento di tutti i valori fino a perseguire chi presta soccorso ai naufraghi. Allora l’autore si pone la domanda intorno alla quale si snoda la trama del suo ragionamento e della sua ricostruzione storica: se nell’antiumanesimo che si fa dominante non ci sia la rivelazione  “di un qualche vizio d’origine”, d’un “peccato originale” dell’umanesimo classico e moderno. Ma bisognerà andare anche oltre perché è avvenuto un doppio sfondamento, un superamento della soglia tra Umano e Dis-umano nel Novecento e di quella che divide Umano e Post – Umano tra la fine del vecchio millennio e l’inizio del nuovo. Revelli inizia la sua “ricognizione rabdomantica”  dell’ irruzione del negativo nella storia descrivendo una di quelle “epoche assiali”, “ di tempo sospeso” tra due mondi: tra un’età medievale ormai esaurita e una modernità non nata. Con incursioni nell’iconografia di J. Bosch e nell’estetica del Barocco trionfante, con riferimenti a figure letterarie come Amleto e Don Chisciotte, a filosofi come Giordano Bruno ci descrive una finestra temporale che va dalla scoperta dell’America alla rivoluzione di Galilei e di Copernico per raccontarci lo smarrimento di  un mondo in cui l’antico Ordine non si adatta più allo stato delle cose, in cui regna l’Insensato ovvero l’Indifferenziato e si aggira incontrollato il dis – umano. Ma già all’interno di quell’epoca di disordine si delinea progressivamente un nuovo ordine attraverso una ridefinizione dell’antico concetto di Sovranità. Filosofi della transizione come Jean Bodin o Etienne de la Boétie, di fronte alle lacerazioni portate dalle guerre di religioni che hanno dilaniato gli stati europei elaboreranno l’immagine di  un nuovo tipo di Sovrano e di Suddito. “La Sovranità non è solo attributo del principe – come era l’antica maiestas – ma ciò che “costituisce” lo stato stesso … e la comunità che ne è contenuta come insieme ordinato di relazioni e di rapporti” nello spazio misurabile perché delimitato del regno. La definizione di sovranità scende dall’alto dei cieli e, per così dire, si territorializza. Nel pensiero di Bodin permane tuttavia un’idea di legge divina, operante al di sopra di quella civile del Sovrano. Bisognerà aspettare Hobbes perché avvenga una piena assunzione del male (il dis – umano) come instrumentum regni per lo scopo più nobile del Potere: la cessazione del bellum omnium contra omnes e l’imposizione della fedeltà ai patti. Si consumerà insomma la metamorfosi  del disumano da presenza infera nel mondo umano  in sostanza salvifica se monopolizzato nel corpo meccanico e non più mistico di una Sovranità statuale, nuovo fondamento teologico – politico del Politico Moderno.     Questo nuovo Ordine dei moderni durò poco più di due secoli e mantenne sostanzialmente quel paradigma pur nei passaggi dalla Monarchia assoluta a quella costituzionale e poi parlamentare e allo stato liberale  rappresentativo fino nella forma di “sovranità popolare”. Poi lo spettro dell’inumano diffuso è tornato a occupare la scena del mondo nei passaggi storici cruciali del Novecento e al passaggio di millennio quando si è superata una seconda soglia dopo quella della morte di Dio. Allora  si è consumata una rinnovata “ morte del prossimo” non nell’uomo  ottenebrato da ideologie perverse, non l’uomo travolto da utopie negative, ma nell’uomo “normale” che vive nello spazio centrale dell’universo contemporaneo e che ormai non guarda l’altro e non è visto dall’altro come fosse uomo. In mezzo si pongono l’impatto che sulla condizione umana  hanno avuto la rivoluzione tecnologica di fine millennio, la sconfitta del lavoro degli ultimi decenni del secolo scorso e la controrivoluzione neo – liberista, infine i turbo-populisti di ultima generazione. “Il prossimo ha cominciato a morire  nel momento in cui è  stato riconfigurato come competitor nella società del mercato totale, tanto da disegnare  natura e valore di ognuno e farsi unica matrice di ogni relazione.” Ma è stato l’arrivo del virus a rendere del tutto evidente questa verità.  Nei momenti terribili della pandemia  si è drammaticamente rivelata la linea di confine su cui la legge morale della Polis s’incontra e si arresta di fronte alla legge naturale del Bios. Le diverse teorizzazioni sulla gestione del Covid e lo stesso principio elementare, bio – sociale con cui nei momenti più critici della pandemia “si è scelto caso per caso, all’arrivo, chi salvare attaccandolo alle macchine nei reparti di rianimazione, e per chi lasciar correre la morte e la natura, accompagnandolo all’exit” si è rivelato come, nel fondo della razionalità occidentale, ci sia qualcosa di mostruoso e di mortifero e come ci sia una radice malata, un fondamento in- umano nel dispositivo della Sovranità,  che si manifesta “nel potere e nella capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire”.

Alla fine dell’excursus nel “tempo sospeso” del Novecento e nell’attuale “non ancora” che allude a un inedito sfondamento di confine nel postumano l’autore risponde affermativamente alla domanda che aveva posto all’inizio. Sì, nell’impianto sublime dell’ umanesimo fondato sul concetto di Humanitas c’era una cellula malata, quell’antropocentrismo basato sull’ “l’essenzialismo socratico – platonico, la distinzione strutturale tra anima sensitiva e anima intellettiva, e l’hybris dell’impossessamento cognitivo: la pretesa cioè di sussumere il mondo nel proprio pensiero, e di sussumere tutto il pensiero nel proprio Sé in quanto Uomo, fondata sull’<<immagine trionfante dell’uomo come inizio e centro della mediazione razionale>>”.

Ma nel passaggio dall’umanesimo classico e moderno a un “post”  si è delineato un orizzonte culturale tecnologico che disegna una condizione umana incerta tra disumanizzazione tecnologica e riumanizzazione naturalistica. Una  strada porta  al mondo delle macchine pensanti guidate da algoritmi intelligenti che pone il proprio fine in un dominio sul mondo che non conosce più limiti fisici o mentali e che porta a una sorta di universo “an – umano”, se non proprio disumano. L’altra percorre la via di un post – umanesimo positivo  “aperto alla condivisione dello spazio-mondo e alla responsabilità orizzontale: orientato quindi  a ricollocare l’uomo nel suo naturale contesto – in un mondo di mondi – anziché condannarlo a una perenne guerra col mondo nel tentativo di possederlo”.

Nel capitolo conclusivo l’autore prende posizione rispetto la necessità andare al di là del paradigma ormai in crisi del moderno ed elaborare un “di più” di Umanesimo, un Post-umanesimo “capace di dilatare il nucleo dell’Humanitas … oltre i confini ristretti dell’anthropos … capace di prendersi cura non solo dell’uomo … ma dell’intera catena dell’essere nel mondo: le altre specie viventi, animali e vegetali, le generazioni future, l’habitat”. Sarà necessaria una metamorfosi culturale attraverso una nuova Paideia, che non si arrenda all’attuale vertigine tecnologica, ma che sappia produrre un cittadino del pianeta  humanus e politus che non anteponga a tutto l’utilità.

Nell’ultima parte del testo Revelli fa una sommessa critica alla filosofia della crisi del soggetto novecentesca che pur declassando l’uomo dalla sua posizione di centralità non ha compiuto una reale rottura di paradigma assistendo passiva alla caduta dell’umano nel punto più basso dell’umanesimo occidentale. Oggi forse sarà necessario prestare orecchio alle molte voci ed elaborazioni che vengono anche da parte di studiose e dei movimenti delle donne.

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