Turchia, giornalista rischia 7 anni e 6 mesi di carcere per aver postato una foto

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Mentre in Turchia riprende il processo per Melis Alphan, giornalista turca accusata di terrorismo per aver condiviso una foto di una festa della tradizione curda celebrata in piazza a Diyarbakir nel 2015, dal carcere dove rischia di restare a vita ci arriva una toccante lettera di un altro collega, poi deputato filo-curdo del Partito Democratico dei popoli, Bircan Yorulmaz.
Il pubblico ministero giovedì scorso ha chiesto 7 anni e 6 mesi per la Alphan, che aveva postato sulle sue pagine social alcuni scatti delle celebrazioni del Nowruz, il Capodanno iraniano, festività molto sentita anche nella cultura curda.
Per questo gesto semplice, con nessun fine ideologico o sovversivo, la giornalista è stata accusata di propaganda terroristica.
Redattrice di Hürriyet, Melis Alphan è molto conosciuta nel suo paese per le sue inchieste sulle violenze contro le donne che in Turchia sarebbero aumentate del 1400% da quando, nel 2002, il partito islamico è arrivato al potere.
E forse proprio la sua ricostruzione e il suo puntuale elenco da brividi degli episodi registrati nel Paese negli ultimi anni, ma soprattutto le osservazioni critiche rivolte del governo, sono a monte dell’accanimento giudiziario nei suoi confronti.
Accuse assurde e false, come quelle rivolte a 108 persone, tra cui Yorulmaz, incriminate per istigazione alla violenza in relazione agli scontri dopo l’invasione dello Stato Islamico a Koban nel 2014e.
Tra gli imputati anche Selahattin Demirtas, leader dell’Hdp, il partito democratico dei popoli, che rimane in prigione nonostante una sentenza della Corte europea dei diritti umani che ne ha chiesto l’immediata scarcerazione.
Il procuratore del processo a loro carico, la settimana scorsa ha chiesto l’ergastolo per lui e altri 37 tra oppositori, attivisti e giornalisti filo-curdi
“Sono passati 110 giorni da quando all’alba la polizia ha fatto irruzione in casa mia –  scrive Yorulmaz dalla cella dove ha trascorso molti giorni di isolamento – e mi ha arrestato. Sono stato privato della mia famiglia, dei miei amici, del mio lavoro e, ovviamente, della mia libertà. Anche i miei compagni di partito, come me innocenti, hanno subito la stessa sorte. Anche loro stanno vivendo la stessa privazione”.
Le accuse a suo carico risalgono a fatti avvenuti sette anni fa.
Nel 2014, l’ISIS massacrava donne, bambini, giovani e anziani in Iraq e Siria e invadeva ogni giorno nuovi territori. Questa ferocia raccapricciante si manifestava e proseguiva sotto lo sguardo inerme di tutto il mondo,
In Turchia, era l’accusa dei partiti di opposizione, non solo nulla si fece per impedire l’avanzata dei terroristi ma addirittura il governo turco li avrebbe sostenuti.
“Tutti ricorderanno che l’ISIS ha compiuto numerosi atti di violenza nelle città europee usando kamikaze e portando avanti aggressioni armate che hanno causato centinaia di morti e vittime, anche nella Turchia orientale – continua nella sua lettera aperta Yorulmaz – La sera del 6 ottobre 2014, dopo 21 giorni di resistenza da parte delle YPG / YPJ e del popolo curdo, la milizia terroristica era riuscita a penetrare nel centro della città siriana settentrionale di Kobanê. L’HDP in quella fase aveva invitato la popolazione del Kurdistan settentrionale e della Turchia a protestare a tempo indeterminato contro il governo dell’AKP, poiché non aveva posto fine al suo sostegno allo Stato islamico. Nel corso di tutto questo, ci sono state vere e proprie battaglie in strada tra le forze di sicurezza turche e i manifestanti in molte città. Soldati, poliziotti e addetti alla sicurezza locali, nonché membri e sostenitori dell’ala islamista radicale turca affiliata a Hezbollah hanno attuato violenze e ritorsioni contro i curdi che avevano partecipato alle proteste. non meno di 53 furono le persone uccise, la maggior parte delle quali partecipanti alla rivolta, mentre 682 persone rimasero ferite durante le proteste e 323 arrestate. Nel corso delle manifestazioni, ci furono anche attacchi incendiari contro negozi e strutture pubbliche. Di tutto questo siamo stati accusati noi, esponenti dell’Hdp. Come se fossimo dei criminali e dei terroristi” l’amara conclusione di Yorulmaz.
Per quegli incidenti, in particolare per le proteste dell’ottobre del 2014 nel sud-est della Turchia in cui 37 persone persero la vita negli scontri tra polizia e manifestanti curdi scatenatisi per la chiusura del confine con Kobane, nel 2019 Demirtas e gli altri esponenti dell’Hdp ritenuti responsabili di  quegli eventi furono arrestati con l’imputazione di “attentato all’unità e all’integrità dello stato” , “istigazione al violenza” e “omicidio”.
I magistrati li accusano di aver fomentato i disordini, mentre i manifestanti protestavano per chiedere sostegno ai combattenti curdi contro lo Stato islamico oltre confine.
Ma dietro alle accuse pretestuose ai due ex-co-leader dell’Hdp, Demirtas e Yuksekdag,  e agli altri esponenti filo-curdi in prigione dal novembre 2014, c’è una vera e propria guerra contro il Partito democratico dei popoli che tutt’oggi prosegue con continui arresti e la rimozione di sindaci.

 

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