Se ne va la mano de Dios

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Se ne va la mano de Dios, Diego Armando Maradona muore a sessant’anni, compiuti il 30 ottobre scorso, per un arresto cardiaco, dovuto probabilmente alla complicata operazione al cervello, avuta nei giorni scorsi e il mondo si ferma. Tre giorni di lutto cittadino per l’intera Argentina e anche a Napoli il sindaco Luigi de Magistris proclama lo stesso triste provvedimento, intitolandogli lo Stadio San Paolo. Dove già da stasera il suo popolo ha iniziato una veglia fatta di candele accese, bandiere sventolate, cori e pianti. Le lacrime dei napoletani si mischiano con quelle degli argentini per il più grande calciatore mai esistito. Campione del mondo per l’Argentina, campione per il Napoli con due scudetti. L’uomo nato povero, imperfetto, l’atleta basso, tarchiato, sinistro, che in campo diventava un Gigante. Il ragazzo generoso, che si buttava anche per giocare per gli ultimi, in partite di solidarietà e poi era accusato di avere rapporti (mai confermati) con il malaffare. Maradona è il simbolo delle contraddizioni, della bellezza dell’improvvisazione, delle urla di gioia inaspettate. L’uomo che ha dribblato un campo intero a dieci metri dalla porta, facendo il goal del Secolo. Maradona con Castro, Maradona cocainomane, Maradona squalificato per doping. Maradona osannato come una divinità in terra. Maradona nei murales, sulle magliette, nei tatuaggi. Maradona inseguito dalla finanza. Maradona dai tanti figli non riconosciuti. Maradona spettacolo, che ha fatto sognare Napoli: solo lui e Masaniello hanno dato dignità a questo popolo! Maradona e la sua vita come un film e tanti film sulla sua vita. “Maradona di Kusturiza”, “Maradona in Messico”, “Maradonapoli”, Maradona ringraziato da Sorrentino alla cerimonia degli Oscar. Un mito vivente, che si faceva tatuare Che Guevara sul braccio ed è morto lo stesso giorno di Fidel Castro. Solo chi non è napoletano non può capire che quando la sala è buia e la Leggenda non c’è più, ci sentiamo tutti orfani.

(nella foto il quadro di Giuseppe Klain)

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