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La parola per sempre è quella del dialetto: “Provi di lingua matri” di Gabriella Canfarelli

 

In una di quelle inversioni che rendono ancora più suggestiva la poesia, Basilio Reale, poeta di Capo d’Orlando titolava “Lingua materna” (in italiano, dunque) l’unica lirica in dialetto del suo “L’esistenza amorosa” edita da Scheiwiller nel lontano 1989. La presenza del dialetto è dunque epifanica, non soggiace a nessuna ratio se non piuttosto ad una urgenza improvvisa e inderogabile. Così è per Provi di lingua matri [“Prove di lingua madre”] che Maria Gabriella Canfarelli, ha pubblicato nella collana “Costellazioni” delle Edizioni Novecento. Per la poetessa catanese il dialetto si manifesta come “l’angelo che è passato” catturando una parola prima scògnita [“incognita”].

E’ bolo, rigurgito, riaffioramento sorprendente. Stracciate dalle precedenti raccolte ogni velleità ideologica, ogni impostazione contaminata dalla lingua nativa, questa “palora” (sintagma deviato nella sua asse strutturale, rovesciato nella sua comune pronuncia popolare) schiude, tra memoria e ontologia poetica, un’opera volutamente sperimentale, come se fosse la stessa raccolta a vagliare il farsi della poesia e la sua stessa acquisizione in una lingua più genuina: il dialetto appunto. Un riscatto che non avviene sui banchi di scuola, dove l’io poetico s’anzignava a lèggiri e scriviri [“imparava a leggere e a scrivere”] ma altrove: nel lontanissimo fluire del lògos materno. Se questa immanenza matriarcale, oscura e perturbante (domina e regina ad un tempo), si traduceva espressivamente, specie in una delle liriche chiave di “Cattiva educazione” (raccolta del 2002) nell’emersione spontanea (e straniante) di una locuzione dialettale – il “santo appellativo” bedda matri, [“Bella madre”] – come presenza “medusea” che pietrificava la bocca (e quindi la stessa possibilità del dire), qui si dispiega invece come tentativo di riappropriazione, come impulso a “cooptare una lingua soggettiva”, come ricerca di una phonè interiore capace di precedere la parola. Il dialetto infatti, prende vita dalle inflessioni pre-grammaticali e rappresenta, come notava Stefano Agosti, “quell’ordine anteriore ai piani di significato, fondato sulla motilità e ritmicità pulsionali che l’operazione poetica avrebbe il compito di riattivare al fine di dissestare e sconvolgere i piani simbolici del linguaggio”. Il processo per giungere alla parola più genuina prima rigettata è così affrontato auto-criticamente: è recupero in fieri, una prova ostinata contro e con se stessa. Un rito di iniziazione per ritrovare quella lingua rimossa: Provu, non pozzu fari autru/ ca pruvari a pigghiarili/ che manu ‘nto funnu, / annijati ‘nto scuru, spirduti/ – appoi taliari; [“Provo, altro non posso fare/ che provare a prenderle/ con le mani sul fondo, / annegate nel buio, disperse/ – poi guardare”]. Proprio questa immersione nel lavacro del dialetto, nel “fondo impietrito della vita” – come lo chiamava Meneghello – attesta un ritorno tormentato e necessario ad una condizione quasi primordiale: e adesso quelle parole sono senso e radice, fogghia/ ca trema e voli l’abburu [“foglia/ che trema e vuole l’albero”]. Significativo è dunque anche, se sotto discretissima traccia, il riferimento al genius loci della moderna poesia dialettale siciliana: quel Salvo Basso che intrama il testo fino alla dedica esplicita e discreta: Ppi n’amicu [“Per un amico”]. Il titolo della silloge poi, invoca una parola che, riconquistata nella prima parte – “Palora-matri” appunto – si attesta, nella successiva, come criterio esclusivo – A Palora ppi sempri – e diventa quasi l’ordo della verità della poesia e della comprensione del mondo: Maria Gabriella Canfarelli scrive in dialetto perché ci vulissi fari capiri/ e viriri e tuccari/ cu sugnu, / cu semu [“vorrei fargli capire/ e vedere e toccare/ chi sono, chi siamo”]. La conseguenza di questa acquisizione è una parola sapienziale capace addirittura, per esempio, di cimentarsi anche con L’Ecclesiaste. Racchiusa in una intima eternità di sofferenza, in liriche come ‘Nta ucca: Nun sacciu chi jornu, /chi mumentu è, / sulu u duluri canusciu [“Non so che giorno,/ che momento è/ soltanto il dolore conosco”]; o A sula virità: ‘nto sonnu assuma u tempu, / a sula virità ca ni scancella [“nel sonno cresce il tempo/ la sola verità che ci cancella”], la forma poetica si dilata e si ricompone nella scelta metrica che ora isola, lungo un suono frastagliato, squarci di paesaggio mediterraneo, ora insiste su un magma autobiografico raggrumato attorno a centri espressivi che oscillano tra topos letterari e folgorazioni civili. Questo approccio alla lingua matri, insomma, è anche un percorso liberatorio, capace di raggiungere la sua potenza espressiva dalla compressione secca e ruvida dei settenari, fino al respiro degli endecasillabi, anche se a volte, a confermare la sperimentalità della scrittura e della “prova”, pare a volte resistere una inconsapevole oltranza ortodossa, una ostinazione a pensare in italiano. E in questo “cimento” l’acquisizione del dialetto da parte della Canfarelli non si presenta allora come reperto archeologico da esibire, piuttosto nella sua fragranza materna, come fermento linguistico capace di incunearsi, nella lirica che programmaticamente chiude la plaquette, anche nei babbalecchi [“balbuzienti”], verso un dire vero sotto una apparente incertezza espressiva – ca lingua c’attruppica [“con la lingua che inciampa”]: sorta di “cinguettio” di zanzottiana memoria appostato in una continua e inesausta “zona d’ascolto”.

Maria Gabriella Canfarelli, Provi di lingua matri, Edizioni Novecento, Mascalucia, 2019, euro 10,00

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