Colleferro. Non si tratta della “solita” rissa finita male…

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L’eco di quanto accaduto a Colleferro si spegnerà, perché l’unica vera eco sarebbe non l’esecrazione a parole ma un agire politico conseguente.

Il caso, certo non isolato nelle sue caratteristiche generali, comuni alla movida notturna agitata dalla cocaina, ha acquisito un sapore del tutto specifico e un’attenzione particolare da parte di media, commentatori ed esperti per alcuni aspetti: il fatto che la vittima fosse un indifeso per corporatura e natura; il fatto che gli aggressori fossero già ben noti per atti di violenza sistematica, perpetrata anche a fini criminali (estorsioni, punizioni); il fatto che gli aggressori fossero cultori di arti marziali, quindi consapevoli del loro potenziale offensivo; il fatto che abbiano manifestato, immediatamente dopo l’aggressione mortale, sentimenti di indifferenza e derisione e di presunzione di impunibilità. Un tempo, l’asimmetria dei corpi e dei visi, nell’esilità o nella muscolarità, nei sorrisi o nei ghigni, avrebbe creato unanimità di posizioni. Ora si è materializzata una minoranza che parteggia per Golia, esercita una sorta di autarchia narcisistica specchiandosi nei simboli del male, compresi i propri selfie minacciosi.

Non si tratta, quindi, della “solita” rissa finita male. C’è qualcosa di più, purtroppo non nuovo, né nella storia recente, né tanto meno in così frequenti manifestazioni, verbali e non, simboliche e concrete. C’è la fascinazione del male, e il suo divenire banalità, la violenza fisica come espressione di sé, la prevaricazione sull’altro fino alla sua distruzione. Ci sono i simboli storici di tutto questo, quali quelli del nazismo. C’è la tolleranza di fronte a manifestazioni ripetute, a volte preannunciate, di violenza sopraffattrice. E c’è, non dimentichiamolo, un contesto globale dove violenza e sopraffazione diventano sempre più frequenti e trascendono da tempo gli abituali confini della criminalità organizzata o degli anfratti sotterranei del web, per albergare ormai stabilmente laddove sembravano venire progressivamente scacciati, cioè nei corpi governativi chiamati a garantire la pubblica e individuale sicurezza e che al contrario diventano gli esecutori coperti ma sempre più spesso pubblici di sopraffazioni di Stato, a sfondo politico e a volte razziale o omofobo. Grandi democrazie ne sono ormai afflitte, a partire dalle loro massime espressioni e autorità.

È un cambiamento climatico terrificante, non meno di quello che sta portando lentamente (ma non troppo) il pianeta alla quinta estinzione di massa, quella che riguarderà l’uomo. Che comincia a riguardarci, sempre più da vicino. Che trova sponda e spazio nell’indifferenza di molti, e nella mancata condanna, quando non nella vicinanza, di esponenti e parti politiche.

E, badate, per quanto ci riguarda, se non come cittadini, ma come operatori che si occupano di bambini e di adolescenti, non è questo il punto. Il punto, e l’origine, sono i vuoti culturali, l’analfabetismo emotivo, la delega genitoriale unita al giustificazionismo quando non all’aggressione verso l’autorità che, nel momento, tenta di far rispettare la Legge, per lo meno la regola del rispetto. Che sia l’insegnante, o a volte, e sempre più spesso, il medico, o ancora e più tradizionalmente l’operatore sociale, che rischia di più per i contesti che percorre.

In queste origini ci siamo anche noi, o dovremmo esserci. In più occasioni, ormai da molto tempo, abbiamo richiamato la necessità di offrire ai genitori opportunità di crescere in quanto tali, di acquisire competenze, conoscenze, abilità pratiche per fornire una guida ai bambini che poi crescono e a volte diventano mostri sotto i nostri occhi. Diceva un operatore di un servizio sociale a proposito di uno di questi ragazzi: “Ormai si considerano esaurite le possibilità di intervenire”. Disfatta. Non di quel singolo operatore o del suo servizio. Ma di una politica che di queste cose non si sa occupare. “Esaurite le possibilità di intervenire”. C’erano però, le possibilità. Lungo la lunga catena di attenzioni e affetti presenti o assenti, piccoli gesti affettuosi o evitanti, parole di incoraggiamento o svalutazione, spazi e tempi concessi o negati, routine che danno riferimenti o contesti caotici, incontri che aprono al desiderio di fare e di essere o di distruggere, che hanno fatto la vita di questo ragazzo e di molti altri, aprendo la strada a quanto di peggio c’è in ognuno di noi e chiudendo tutte le altre. C’erano. E se tutta la catena porta all’ineluttabile, i singoli anelli non lo sono, e possono anche far prendere altri percorsi. In ciascuno di questi anelli ci può essere la parola, il gesto o la relazione che fa cambiare direzione. Individuale, meglio se organizzata in interventi e programmi, e in politiche che li indirizzano e li sostengono.

Quando si dice “New Generation Recovery Fund” non si dovrebbe intendere anche questo, se non soprattutto questo? Una “recovery” può essere economica se prima non è sociale e culturale?    Digitalizzazione, infrastrutture, sostenibilità ambientale, formazione del capitale umano. Dei quattro assi su cui basare l’investimento, l’ultimo pare la base su cui costruire gli altri. Ma proprio dall’inizio, dall’inizio della vita: come scriveva Emmi Pikler, pediatra e poi pedagogista, la pace del mondo inizia dal cambio di pannolino.

*Pediatra, Presidente del Centro per la Salute del Bambino onlus (membro di Alleanza per l’Infanzia)