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‘Solo Dio è innocente’ di Michele Navarra 

 

Un legal thriller ambientato in una terra ancestrale, la Sardegna, al tempo in cui esisteva un codice comportamentale non scritto, il codice barbaricino, secondo cui il sangue chiama sangue.

Solo Dio è senza peccato, solo Dio è innocente. E forse nemmeno lui”:  “unu solu Deus est senza defetu”(in lingua sarda). Furono queste le parole che balenarono nella mente dell’Avvocato Alessandro Gordiani al termine del suo primo colloquio nella casa circondariale di Badu ‘e Carros (letteralmente: “Guado dei carri”) di Nuoro, con il suo assistito, accusato di aver ucciso barbaramente, per vendetta, un quindicenne appartenente ad una famiglia rivale.

Mario Serra era senz’altro un delinquente, un bastardo, magari anche un omicida, ma poteva non essere l’assassino del quindicenne Gregorio Rutzu e per questo bisognava concedergli il beneficio del dubbio, al pari di ogni accusato, sino a sentenza definitiva. Ma l’Avvocato Gordiani non era sicuro di voler accettare la sua difesa. Per poterlo fare aveva bisogno di convincersi della sua innocenza: come avrebbe potuto chiedere una sentenza di assoluzione avendo il fondato dubbio della sua colpevolezza?  La convinzione della sua innocenza avrebbe certamente reso la difesa più nobile. L’accusa era del resto pesantissima: l’omicidio di un ragazzino per futili motivi, ucciso forse in forza di un codice morale non scritto, tramandato oralmente per secoli all’interno del tessuto agro-pastorale della Sardegna secondo cui i morti vanno vendicati.

Chi ha ucciso Gregorio? e per quale motivo? Solo una cosa è certa: “solo Dio è innocente … ma delle volte nemmeno lui“, e i vari protagonisti della storia sono tutti, in qualche modo e a diverso titolo, colpevoli.

E’ questo il contesto in cui si snodano i fatti raccontati nel romanzo di Michele Navarra – edito da Fazi Editore, in libreria dal 23 luglio scorso (248pp, 16euro) – avvocato penalista di professione, alla sua sesta prova come autore di legal thriller, tutti ambientati in Sardegna.

Protagonista dei suoi racconti è ancora una volta Alessandro Gordiani, un avvocato romano cinquantenne, con due figlie adolescenti, che si muove in sella alla sua vespa scassata. Un penalista che avverte il peso del suo lavoro e delle responsabilità ad esso connesse, ma che non disdegna, tuttavia, l’ilarità e la goliardia.
Gordiani si trova spesso a riflettere sui concetti di legge e giustizia, che non sempre, a suo dire, coincidono. Ed è inoltre continuamente alle prese con la sua coscienza per i sensi di colpa che prova nel dover difendere un reo confesso; assumerne la difesa lo destabilizza, ma in questo si sente supportato dai meravigliosi colleghi di studio, una seconda famiglia.

Il romanzo, in sintesi, è la storia processuale di un delitto visto da uno che se ne intende: un penalista, appunto! La particolarità consiste nella contestualizzazione dei fatti all’interno di una realtà agro-pastorale arretrata scandita da un codice comportamentale d’onore (solo un ricordo del passato, per fortuna), il codice barbaricino, basato sulla vendetta, che travalica la legge: sangue chiama sangue!

Un romanzo ben scritto, la cui lettura e’ agevole, dov’è perfettamente chiara la sovrapposizione tra l’attività di penalista dell’autore e quella romanzata dei suoi lavori.

In una recente intervista l’autore ha dichiarato che: «Il processo penale italiano è assolutamente avvincente e anche spettacolare, basta essere capaci di rappresentare, con il giusto grado di tensione narrativa, ciò che avviene nelle aule giudiziarie… Ma la giustizia penale come funziona? Non auguro a nessuno di finire negli ingranaggi della giustizia penale italiana. Non sono un iper giustizialista però è importante mantenere sempre il garantismo formale. Il primo passo di una deriva autoritaria è la perdita delle garanzie formali”.

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