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Faulkner e Hopper nel noir francese ambientato in Texas. ‘Galveston’ di Mélanie Laurent, al cinema dal 6 agosto

 

La prima sequenza di Galveston permette di individuare la natura dell’operazione intellettuale di Mélanie Laurent. Da ogni singolo fotogramma sgocciola con compostezza la cultura letteraria, cinematografica e figurativa della regista – e attrice – francese. Le palme si agitano sotto i colpi di un uragano uscito da un romanzo di Faulkner, che le fa sbattere contro porte e finestre di una casa in stato di abbandono. Immagine simbolo di vite trascinate da una forza inerziale, svuotate e percosse da un errore originale a cui non sanno sottrarsi (Laurent evoca persino il biblismo che scorre sottotraccia nel cinema americano).

Questo noir citazionista con sfumature pulp nasce sotto il segno evidente delle atmosfere e dei luoghi dipinti da Edward Hopper, di cui riesce a riprodurre la malinconia e il senso di solitudine, i pensieri lontani delle figure umane che sostano nei pressi delle stazioni di servizio nitide nella luce azzurra e fredda del primo mattino, o si fermano in tavole calde aperte tutta la notte, o in motel anonimi illanguiditi ai bordi delle infinite routes che tagliano il Midwest da parte a parte. La fotografia, così iperrealista da sconfinare nella metafisica, suggerisce costantemente la condizione di estraneità a se stessi, al proprio presente e, nello stesso tempo, l’irriducibile indifferenza della Natura alle cose umane.

I due personaggi principali sono quelli tipici di ogni hard boiled: Roy, un sicario quarantenne tormentato e alcolista che scopre lo stesso giorno di avere un cancro allo stadio terminale e di essere in disgrazia del suo capo Stan, potente malavitoso di New Orleans, e Rocky, prostituta diciannovenne malgré soi che incrocia Roy nel corso della fuga drammatica del killer (anch’egli malgré soi). Il resto della storia consiste nelle forme visive sofisticate per mezzo delle quali Laurent descrive il viaggio in auto dei due verso Galveston, Texas, e dentro l’elaborazione progressiva di un rapporto molto particolare e sincero, in compagnia della sorellina di lei Tiffany, elemento patetico alla Chaplin o Dickens forse superfluo. Laconico e intenso Ben Foster, un po’ immatura per il ruolo complesso e atteggiata a ‘pretty baby’ Elle Fanning.

Galveston può essere considerato un raffinato film europeo – indulge spesso all’inquadratura preziosa e al rallentamento del ritmo – che percorre tutte le stazioni del cinema americano di genere trasfigurandolo in modo sottile. La costruzione sembra accostarsi al Quartetto per archi n. 16 di Beethoven, pur non citandolo mai, in particolare ai lenti accordi introduttivi dell’ultimo movimento intitolato “Der schwer gefaßte Entschluß” (La decisione difficile). Perché di questo si tratta, sia nella composizione musicale che nel film: prendere finalmente delle decisioni, scegliere cosa fare di quel poco o tanto che resta del giorno.

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