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Brancusi e la forma rigorosa del caso

 

In riva a un torrente sui Pirenei, Brancusi raccolse un giorno un ciottolo, attratto da un sentore di curve, da una promessa di forme. Da bambino portava a pascolare le pecore sul greto della Bistrita, ai piedi dei Carpazi rumeni, ed era abituato a raccogliere sassi bianchi e rotondi. Là, nel villaggio di Hobita, era nato nel 1876, e ci erano nati suo padre, suo nonno e i suoi avi. E sempre là gli archeologi trovarono una stele funeraria che i Daci avevano eretto venti secoli addietro e su cui era inciso il nome Brancusi, proprio quello di Constantin.

Quello dei Pirenei era un sasso di non grandi dimensioni. Se lo rigirò sul palmo della mano, carezzandone la superficie scabra e fredda, fino a farsene sedurre e restarne rapito: aveva trovato un sasso di forma assoluta. E quel sasso si fissò nel ricordo, per non uscirne più. Lo tenne vicino a sé per sempre, lo si poteva scorgere in un angolo del suo atelier parigino di Montparnasse: simbolo della perfezione formale determinata dal caso e dalla natura.

Anche Marguerite Yourcenar si era cimentata con le qualità artistiche del tempo, questo “grande scultore” capace di donare a rovine o a statue decapitate la patina della bellezza. Il tempo manipola le opere umane create per essere belle, assegnando loro una diversa bellezza; sul ciottolo di Brancusi il tempo aveva invece lavorato a scolpire materia bruta, per farne prodotto di arte.

Quel fascino di forme rigorose create dal caso e dalla natura – cui furono estremamente sensibili i dadaisti e Duchamp – ebbe un forte potere su Brancusi. Nell’agosto del 1924 era a Saint Raphael, quando rischiò di annegare. Si salvò per caso aggrappandosi a un legno. A riva si accorse che il fortunato appiglio aveva la forma di un coccodrillo; trovò sulla spiaggia alcuni tronchi lavorati dal mare e subito eresse un Tempio del coccodrillo, che fu poi smontato e ricostruito nello studio di Parigi, su un alto basamento di pietra bianca.

Il rispetto per i materiali è una sorta di collaborazione col tempo, che in Brancusi assume anche altri aspetti: il piacere della solitudine, la pazienza, la gioia di creare, la variazione delle forme in un lavoro che non è mai di serie. Brancusi stima il tempo e lo invita a manifestare la sua forza. Qui, in questo punto preciso, il caso che gli ha donato i materiali per lavorare si volatilizza e lascia spazio all’arte, perché, come lui stesso scrive in un suo appunto, “l’arte non è un caso”.

Diversi sono i volti che l’universo può prendere. A settembre 1938 era a TirguJiu per partecipare alla cerimonia inaugurale della Colonna senza fine, consacrata con una messa solenne celebrata da sedici sacerdoti. Qualcuno gli chiese quale nome intendeva dare a quella scultura. Brancusi la squadrò e propose di chiamarla “scala verso il cielo” oppure “memoria senza fine”. Ogni cosa può infatti essere guardata almeno da un punto di vista diverso rispetto a quello che per primo salta all’occhio.

Lo aveva afferrato prestissimo, ancora bambino, quando nel granaio di casa si era attaccato a un alambicco in cui si distillava acquavite di prugna, s’era ubriacato e addormentato sulla paglia. Il padre lo aveva scoperto, gli aveva bloccato la testa tra le ginocchia e lo aveva frustato con rami di vischio. Anni dopo, Brancusi ricordò quella bruciante punizione ma disse anche che in quel frangente si era verificata la prima rivelazione della sua vita. Mentre le frustate gli arrossavano la schiena lui scopriva un diverso aspetto dell’universo: l’orizzonte capovolto e il mondo rovesciato.

La forma: sigla di una rivelazione, diagramma di Apocalisse. Sufficiente a suggerire grandiosi simboli e significati. Chi “sente” la forma aspira alla sua manifestazione primitiva di curva irregolare, di angolo sbozzato. L’atelier di Brancusi sembrò a Paul Morand una cava di pietra: “Nulla, se non enormi blocchi di pietra per costruzioni, tronchi d’albero, macigni e rocce, qua e là lo scintillio di un bronzo”. Fino alla forma primitiva che si muove, che ha vita: è lui, Brancusi, in tuta da lavoro, barba bianca, occhi profondi, braccia solcate dalle grosse vene dell’operaio che manipola ogni giorno la materia.

Modernità e semplicità non sono cose contraddittorie in Brancusi; la sua è compiuta arte moderna, in quanto approda alla semplicità. L’arte resta primitiva quando parte dalla semplicità, è moderna quando vi giunge. Brancusi fonde la semplicità del primitivo e del moderno: ne ottiene un miele che spalma sulla superficie delle sue sculture, su Maiastra, sulla Colonna senza fine, su Mademoiselle Pogany, sulla Tavola del silenzio. Legni e pietre lavorate dal tempo e da Brancusi, entrambi “grandi scultori”.

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