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Giles Duley il fotografo che racconta l’orrore delle ferite del popolo irakeno

 

Sono sguardi smarriti, increduli nell’aver perso le proprie mani, braccia e gambe. Ferite sui volti di bambini dagli occhi spaventati per tanta ferocia che li inseguiti senza pietà. Sembrano guardarti per chiederti il perché è accaduto. Gli occhi di un fotografo testimoniano segni di un conflitto armato: l’Iraq dove Emergency era presente per salvare vite umane nell’ospedale di Erbil a Mosul. “Irak: una ferita aperta. Giles Duley per Emergency” è il titolo della mostra fotografica allestita nel Museo storico italiano della guerra di Rovereto. Una testimonianza di quanto dolore viene vissuto dalla popolazione civile inerme che subisce la devastazione dei bombardamenti e dall’esplosione delle mine. Ci si chiede allora che valore può avere la fotografia di fronte a tale orrore? «La fotografia perde di significato se non faccio tutto il possibile affinché il mondo veda quello che i miei occhi hanno visto. Ecco qual è il mio dovere» – risponde così Giles Duley – lui stesso vittima di un’esplosione di una mina, avvenuta nel 2011 mentre si trovava in Afghanistan per fotografare le vittime del conflitto. Perde entrambe le gambe e il braccio sinistro.

Non potrà più camminare ma Duley non si lascia prendere dalla rassegnazione e dopo aver subito trenta operazioni chirurgiche ritorna in Afghanistan accompagnato da una troupe di Channel 5 e nel documentario “Walking Wounded: Return to the Frontline” il fotografo visita il Centro chirurgico per le vittime di guerra a Kabul e il suo incontro con i pazienti ricoverati. La sua professione di fotografo lo porta a testimoniare storie di uomini e donne, bambini che vivono nella sofferenza e nel dolore privati della loro autonomia con conseguenze psicologiche incurabili. Un impegno nato nel 2000 quando decide di finanziare personalmente i suoi viaggi per documentare le storie delle vittime di guerra come quella del Centro Salam di Emergency in Sudan nel 2010. Attraverso le sue fotografie Giles Duley riesce a catturare la forza di chi non si arrende e chiede aiuto per sopravvivere e combattere le avversità. Nel 2015 ha pubblicato One second of Light (I secondi di luce) in collaborazione con Emergency. Gino Strada nell’introduzione scrive: «Le immagini di Giles sono semplicemente vere. Una verità che ha origini dal semplice fatto che rappresentano la condition humaine, le tante miserie e i pochi momenti di felicità che metà della popolazione mondiale vive ogni giorno».

Di fronte alle sue immagini così nitide (in bianco e nero) si prova un sentimento di grande commozione e l’impotenza di chi non può capire quanto sia dolorosa la vita di chi ha subito così gravi mutilazioni. Il fotografo riesce a creare un legame empatico tra chi osserva e il soggetto fotografato. Ci si avvicina con rispetto come se la nostra presenza potesse creare disagio a chi è sdraiato su un letto d’ospedale.

«”Questa mosca è peggio dell’ISIS” scherza Darwood Salim, mentre con la mano fasciata cerca di scacciare una mosca insistente dal volto. L’8 marzo 2017 Darwood, 12 anni, pascolava le pecore appena fuori Mosul quando ha messo il piede su una mina. Ha perso entrambe le gambe e la mano destra. “Non mi sono mai resa conto di quanto fosse coraggioso fino ad ora” mi ha detto sua madre Nidal. Mi hanno detto che dopo l’esplosione provava a stare in piedi, nonostante le gravi ferite”. Quando la mamma ha raggiunto Darwood ancora più tragica, è il fatto che sia avvenuta solo pochi giorni dopo la liberazione della sua famiglia dall’ISIS. Per oltre due anni la sua famiglia ha dato rifugio allo zio di Darwood, ricercato dall’ISIS, vivendo costantemente nel terrore. “Hanno preso il padre di un nostro amico e l’hanno decapitato di fronte alla sua famiglia. Solo per mandare un messaggio”, ricorda Nidal. “Ecco chi sono davvero queste persone”». Centro chirurgico di Emergency a Erbil. Marzo 2017.

Iraq: una ferita aperta racconta la guerra vista da vicino, con gli occhi di chi la vive, attraverso quelli di chi la documenta. Oltre due anni di occupazione della città da parte di Daesh e la controffensiva irachena hanno sottoposto Mosul a una violenza inaudita. Più di 40.000 morti, più di 700.000 sfollati dal mese di ottobre 2016. Quella combattuta a Mosul è considerata la più grande battaglia urbana dalla Seconda guerra mondiale. E come sempre, a pagarne il prezzo più alto sono stati i civili.

La mostra “Irak: una ferita aperta. Giles Duley per Emergency” è visitabile fino al 1.11.2020

 

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