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“Volevamo braccia, sono arrivati uomini”

 

Con questa frase Max Frisch bollava – a metà anni settanta – le politiche di reclutamento di manodopera straniera (italiana in larga misura) in Svizzera. Una frase che si potrebbe applicare – con una certa aderenza – anche al nostro dibattito odierno.
Condivido lo spirito e il merito della battaglia si sta sostenendo, con diversi ministri attivamente impegnati. Per onestà intellettuale dobbiamo dirci che questa battaglia rischia di essere di retroguardia. Il nostro Paese infatti è da tempo innervato in ogni snodo sociale, culturale e lavorativo dalla presenza di uomini e donne di origine straniera. E’ un tema enorme che richiederebbe da parte di tutte le forze politiche – nessuna esclusa, quindi anche il PD – una riflessione accurata su quanto il Paese sia diverso da quello che ancora oggi viene dibattuto. Dove la presenza dei migranti è ancora percepita come una emergenza senza fine o in altri casi considerata come residuale, spesso rappresentata con stereotipi avvilenti che la relegano – ad esempio nel mondo del lavoro- come bassa manovalanza. Una cosa vera, ma solo in parte, negli ultimi venti anni infatti molto è cambiato. Sembra pero’ proibito dire che ormai siamo alle terze o quarte generazioni e che sempre di più sono i professionisti, gli artisti, gli imprenditori di origine straniera in Italia. Credo che un domani si dovrebbe ripartire da questa consapevolezza e chiederci – senza retorica – se vogliamo braccia o cittadini. La differenza fra le due cose è la cifra che determina una società civile.

Per questo è indispensabile che finita questa importante battaglia, se ne apra una diversa, culturale. Che vada a ridefinire lo spettro dei diritti di cittadinanza di queste donne e uomini che in tanti – solo oggi – scoprono indispensabili al nostro Paese. Serviranno nuovi strumenti legislativi che riconoscano diritti sociali e politici a questi nostri concittadini. Ad esempio un nuovo testo unico sull’immigrazione che consideri queste persone come cittadini nella accezione più piena e aderente alla nostra Costituzione.
Una parte della nostra società – milioni di persone – ancora colpevolmente messa ai margini. Una situazione insostenibile, oltre che ingiusta. É tempo ormai che questa parte di Paese venga messa nelle condizioni di esprimere pienamente il proprio protagonismo. Se é vero lo slogan in voga ” solo insieme ne usciremo”, allora non possiamo più farne a meno.

Serve lavorare da subito per rafforzare la coesione sociale, che sia inclusiva di questa parte di società, per affrontare le sfide durissime che ci aspettano nei prossimi anni. Pensare il contrario non è solo anacronistico, ma irrealistico e dannoso. Spero che tutti se ne rendano conto, anche se la discussione di oggi ripropone vecchie avversioni ideologiche. Posizioni espresse da quelle destre che con i loro provvedimenti hanno generato insicurezza, creando per anni zone grigie dentro le quali sono state risucchiate centinaia di miglia di persone, diventando degli “invisibili”, senza diritti né voce. Una condizione lesiva non solo dei diritti di queste persone, ma che finisce per rendere tutti noi più fragili. Resta ancora valido il principio infatti che se una persona gode di meno diritti di me, anche io sarò più debole nel difenderli.

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