La legge bavaglio in Ungheria e le mani legate dell’Europa: un decennio di diritti negati

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La violazione della libertà di stampa in Ungheria non riguarda soltanto il singolo Stato, ma ha un impatto sugli altri Stati membri dell’Unione Europea, sulla fiducia reciproca tra questi e sulla natura stessa dell’Europa, nonché sui diritti fondamentali dei suoi cittadini in base al diritto dell’Unione.

A nulla è valsa la storica approvazione della “Risoluzione Sargentini” contro l’Ungheria con la quale il Parlamento Europeo ha chiesto per la prima volta nella storia al Consiglio dell’Unione Europea l’attivazione dell’articolo 7 del TUE che prevede l’intervento nei confronti di uno Stato membro per “evidente rischio di violazione grave dei valori su cui si fonda l’Unione”.

Le preoccupazioni del Parlamento sono contenute in una lunga lista di violazioni sistemiche tra cui gli attacchi all’indipendenza della magistratura, al sistema costituzionale ed elettorale, la libertà accademica, religiosa, di associazione nonché i diritti delle minoranze, dei richiedenti asilo e dei rifugiati. E tra le contestazioni più gravi emerge la violazione della libertà di espressione.

Il periodo nero per la libertà di stampa in Ungheria è iniziato nel 2010 quando il primo ministro Viktor Orbàn ha fatto approvare la “legge bavaglio”: 175 articoli che prevedono la soppressione delle redazioni di news alla tv e alla radio per farle confluire in un unico centro di notizie presso l’agenzia di stampa nazionale Mti, multe pesanti agli organi d’informazione nel caso di una non meglio specificata «violazione dell’interesse pubblico» o per articoli «non equilibrati politicamente» o «lesivi della dignità umana».
La legge prevede un tetto del 20% per le notizie di cronaca nera nei telegiornali e che il 40% della musica trasmessa debba essere di provenienza ungherese.
Decade anche il diritto di tutela delle fonti: i giornalisti sono obbligati a rivelare le loro fonti per questioni legate «alla sicurezza nazionale» e le autorità investigative possono analizzare tutti i loro strumenti e i documenti anche prima di aver accertato un reato. Con le elezioni politiche che hanno confermato per la quarta volta Orbàn alla guida del Paese è partita la caccia ai giornalisti: pochi giorni dopo il giornale ungherese Figyelò pubblica un elenco di 200 nomi di persone accusate di lavorare per “rovesciare il governo” e tra questi figuravano numerosi giornalisti. Il quotidiano Magyar Nemzet, che aveva pubblicato alcune inchieste su casi di corruzione che coinvolgevano membri del partito di Orban, a pochi giorni dalle elezioni chiude, ufficialmente per “motivi finanziari”. E ancora: alla riunione inaugurale del nuovo Parlamento a molti giornalisti indipendenti è stato negato l’accredito. E più di 500 media sono stati convogliati in un unico gruppo, la Fondazione della Stampa e dei Media dell’Europa Centrale (CEPMF) nata con l’obiettivo di preservare i valori ungheresi.

Una chiara strategia della censura che prosegue da un decennio e sulla quale l’Europa ha le mani legate. “Non si tratta di un’azione contro uno Stato, ma di un intervento a difesa dei cittadini ungheresi”, ricordava la deputata dei Verdi Judith Sargentini al termine del suo mandato europeo: tuttavia eventuali sanzioni nei confronti dell’Ungheria (fino alla sospensione del diritto di voto) devono essere approvate dei 4/5 degli stati membri, cioè 23. Quorum impossibile da raggiungere considerando le dichiarazioni di solidarietà che l’Ungheria ha già ricevuto dai Paesi Visegrad, prima fra tutti la Polonia – anch’essa soggetta ad analoga inchiesta da parte della Commissione europea – e a seguire Slovacchia e Repubblica Ceca.
Con l’avvio della nuova legislatura europea la storia si ripete: alla luce di una situazione deteriorata il Parlamento Europeo chiede di essere coinvolto nelle audizioni con le autorità nazionali di Polonia e Ungheria, denunciando che le riunioni con i due governi presso il Consiglio Ue “non sono state organizzate in modo regolare, strutturato e aperto”.

La nuova risoluzione, adottata il 16 gennaio 2020 con 446 voti favorevoli, 178 contrari, 41 astensioni e la spaccatura dei rappresentanti italiani, invita tutti gli Stati membri a “rispettare il primato del diritto dell’Unione”.
ll parere sulla compatibilità di Orban coi valori fondanti dei Popolari europei era atteso per febbraio, ma la pandemia da Covid 19 ha cambiato di nuovo le carte in tavola: l’attività degli organismi europei è stata sospesa, mentre Orban ha colto l’occasione per stringere la morsa soffocando ancora di più le libertà fondamentali, l’indipendenza, i diritti delle minoranze e la libertà di espressione.