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Il premier ungherese ha approfittato della situazione per cancellare quel che restava della democrazia nel Paese

 
Il Coronavirus ha peggiorato anche situazioni che in Europa, specie dell’Est, erano già problematiche per i giornalisti. L’ultimo caso in ordine di tempo, denunciato dalla Federazione europea dei giornalisti (Efj) è quello della Slovenia, dove alcuni giornalisti che hanno riferito di presunti finanziamenti dall’Ungheria per i media vicini al Partito democratico sloveno di destra (SDS) hanno dovuto affrontare attacchi e minacce alla propria vita. La Efj, insieme  all’Associazione  slovena dei giornalisti (Dns) ha condannato fermamente gli  attacchi e ha invitato le autorità a garantire un ambiente sicuro per i giornalisti. Ambiente che però, ad oggi, resta problematico.

Il 20  marzo la Slovenia ha vissuto un importante avvicendamento politico. Il premier Janez Jansa, dopo essere uscito vincitore dalle elezioni anticipate di gennaio senza però essere riuscito a formare un governo, ha finalmente ottenuto la fiducia per un nuovo esecutivo dal Parlamento di Lubiana. Forte della solida maggioranza all’Assemblea nazionale, il nuovo premier si è quindi affrettato a chiedere poteri speciali al parlamento per gestire la crisi coronavirus. Jansa, la cui storia personale e background ideologico lo rende molto vicino all’ungherese Viktor Orban, a quanto pare ne condivide anche la strategia politica. A partire evidentemente da un’offensiva contro la stampa libera nel tentativo di indebolirla.
Il sindacato locale infatti ha denunciato tentativi reiterati di discreditare la stampa indipendente , campagne diffamatorie contro i giornalisti, messaggi offensivi e minacce sui social e molestie. La medesima DNS è stata  presa di mira e ha affermato che questa ondata di attacchi punta a impedire ai giornalisti di pubblicare articoli critici nei confronti degli editori  e degli alleati politici di destra che sono sotto l’influenza ungherese.
Alcuni colleghi hanno riferito all’Associazione che sono stati oggetto di aggressioni verbali per strada , hanno ricevuto messaggi con insulti sul proprio telefono privato oltre che minacce sui social.
E non sono solo casi isolati, il problema è che si tratta di una manovra a largo raggio per creare – si teme – l’humus favorevole a una svolta autoritaria.
Con la pandemia , intanto, la situazione ungherese è definitivamente degenerata. Il premier Viktor Orban ha infatti approfittato della situazione per cancellare quel che restava della democrazia nel Paese. Il Parlamento ha conferito al primo ministro i pieni poteri praticamente “ad libitum”: Orban potrà prolungare senza limiti di tempo lo stato di emergenza in vigore dall’11 marzo scorso a sua totale discrezione. Potrà dunque sospendere per decreto alcune leggi e introdurre misure straordinarie se queste servono, a suo giudizio, a garantire la salute -anche economica – del Paese. E chi diffonderà “notizie false” sul virus o sulle decisioni del Governo rischia di essere condannato a 5 anni di carcere. Le nuove misure potranno esse cancellate solo da due terzi del Parlamento. Il tutto è avvenuto nel silenzio dell’Unione europea. La Federazione europea dei giornalisti ha preso una dura posizione contro questa ennesima svolta autoritaria ungherese, che ha denunciato anche alla Commissione Ue.
La Efj sostiene anche la petizione “NO quarantine for democracy!” , che è stata avviata insieme ad alcuni parlamentari europei, che chiama gli Stati membri ad assicurare e rafforzare la sicurezza e la protezione dei giornalisti, dei media e delle organizzazioni della società civile durante la crisi Covid- 19.

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