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27 maggio 1993. La Strage dei Georgofili. Si addossò l’intera colpa alla mafia, ma le ombre restano

 

Le chiamano proprio “le bombe del ‘93” per identificare uno dei momenti più oscuri della storia italiana recente. L’Italia era ancora sotto choc per le stragi mafiose, quando un ordigno potentissimo esplose a Firenze, alla fine di maggio. Andai di corsa a Firenze e per giorni seguii da vicino quelli che poi ho chiamato “gli angeli della polvere”, i coraggiosi vigili del fuoco che dovevano rovistare fra cumuli di macerie. In via dei Georgofili le vittime furono cinque, la famiglia Nencioni, compresa Caterina di appena sei mesi. Per quell’attentato, e poi per quelli successivi, si addossò l’intera colpa alla mafia, ma le ombre restano. Furono condannati Messina Denaro e Totò Riina, per deduzione. Lo stesso procuratore Vigna parlò di servizi deviati. Se mi è permesso un giudizio personale, quella bomba ha tutte le caratteristiche dei servizi perché le vittime furono in un certo senso casuali, visto che nessuno sapeva che in quella torretta viveva il custode. Certamente resta strana la circostanza: mettere un ordigno di notte in una viuzza laterale e non a mezzogiorno in piazza della Signoria, sempre affollatissima, che sta proprio all’angolo. La verità giornalistica contro la verità giudiziaria, come sempre. Lo stesso meccanismo si ripetè due mesi dopo, a luglio, quando fu messa una bomba all’una di notte nel parcheggio (ovviamente deserto) della basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma. Fui avvertito subito, corsi in redazione. Appena arrivato seppi di due altri attentati, in contemporanea: a Milano e in un’altra chiesa romana, San Giorgio al Velabro. Mi ricordo che c’era Angela Buttiglione che poi andò in studio. Ci guardammo sconcertati, con una gran paura: c’era tanto l’aria di un golpe. La stessa impressione che ebbe il presidente Ciampi, rivelò più tardi che anche lui aveva temuto un colpo di stato. Andai sul posto, al Velabro andò Giorgino. Andammo avanti in diretta per giorni, poi la paura del golpe passò. Ma non le ombre.

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