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Mario Monicelli a 10 anni dalla scomparsa

 

Fresco di stampa si affaccia alla ribalta (di librerie non si parla più in questi tempi calamitosi) il libro su Mario Monicelli, n. 596 di Bianco e Nero, la rivista quadrimestrale del Centro Sperimentale di Cinematografia, editato amorevolmente dalle Edizioni Sabinae di Simone Casavecchia. La pubblicazione di 191 pagine in grande formato, esce in occasione dei dieci anni dalla scomparsa del regista, avvenuta come qualcuno ricorderà, con un gesto tragico, scavalcando il davanzale della camera in cui era ricoverato all’Ospedale San Giovanni.

Riferisce Chiara Rapaccini, la sua compagna, in un lungo, denso e appassionato ricordo del loro incontro d’amore a chiusura del volume:

“Mario è morto il 29 novembre del 2010 buttandosi dal quinto piano di un ospedale romano. Si è «schiantato» come direbbe lui. Gli piaceva la parola «schiantarsi»: “Mi sono schiantato contro un pino, diceva orgoglioso raccontando un incidente che gli era capitato nel 1998, quindici fratture multiple, sette operazioni, un mese di rianimazione e tre di reparto”.

Marcello Mastroianni era corso a trovarlo al Policlinico Gemelli, a quel famoso undicesimo piano in cui da poco era stato ricoverato il Papa.

“Mario era in trazione con gambe e braccia, tutto fasciato e Marcello, prima ancora di chiedergli come stava, esclamò: «Beato te Mariù, te lo immagini se in ospedale al posto tuo ci fossi io? Le mie donne si prenderebbero a botte, sarebbe un macello…» E giù a ridere tutti e tre, me compresa.”

Il regista se n’era andato a 95 anni e appena otto mesi prima aveva dichiarato a Nello Ajello dell’Espresso: “Non essendo credente non ho paura di morire”.

Una affermazione a effetto, dal momento che resta difficile comprendere quanto la prospettiva del nulla possa essere più allettante della speranza di una vita che continua, sia pure in una dimensione diversa, per non dire eterna. Ma Monicelli era così, senza pietà, soprattutto verso sé stesso.

Maestro della commedia all’italiana e quasi coetaneo di Dino Risi, entrambi non avrebbero rinunciato a una battuta neanche sotto il patibolo, e infatti, in tarda età, e dopo una inevitabile rivalità nella loro stagione d’oro, erano diventati molto amici e anzi avevano ingaggiato una gara un po’ macabra a chi sarebbe morto prima.

Nell’intervista di Alberto Crespi, il regista Marco Risi, figlio di tanto nome, ricorda:

“Morì prima papà, nel giugno del 2008: Mario venne alla camera ardente e disse cose molto belle, era molto addolorato, sentiva che era una cosa che riguardava anche lui. Ma nessuno capì chi aveva vinto la scommessa: se il deceduto o il sopravvissuto”.

A corredo dell’articolo c’è la foto dei due cineasti, sorridenti e ormai decrepiti, seduti nel soggiorno della suite del Residence Aldrovandi dove Risi si era ritirato da anni, e il regista del Sorpasso, con occhiali neri alla Ray Charles che gli nascondono gli occhi ma non la raggiante felicità, tende il braccio per appoggiare una mano carezzevole sulla nuca del collega di un solo anno più giovane. “Lui e papà, due vecchi bambini” commenta commosso Marco Risi, e continua: “Gassman citava sempre una frase famosa di Mario: «Solo gli stronzi muoiono». E papà la chiosava così: «Vedremo cosa dirà quando toccherà a lui». Scherzavano molto sulla morte. Era molto presente nei loro pensieri, e anche nei loro film”.

In copertina campeggia invece un bizzarro ‘mezzo primo piano’ di Monicelli, con i baffi bianchi, gli occhiali da sole e in testa un cappello di fogli di giornale, come quello dei muratori, ma a vaga forma di feluca, il bicorno di Napoleone, che gli conferisce l’apparenza di un tragico Pulcinella.

Chi era dunque veramente Monicelli? Benché siano ben cinquantuno le firme ingaggiate a dare una risposta convincente, o almeno pertinente, in due sezioni distinte, ‘Su Monicelli’ e ‘Con Monicelli’, e innumerevoli sotto gruppi, tra storici del cinema, critici, cineasti, aiuto registi, attori, produttori, collaboratori, outsider, al termine dell’allegra parata la risposta per quanto sgualcita non emerge; come accadrebbe del resto per qualsiasi essere umano. Però il lettore avrà intanto potuto farsi un’idea dell’uomo e dell’artista e tirare le sue conclusioni. Avendo magari riguardato – a ciò soprattutto servono questi libri –  i suoi film, che sono tanti (ma nel volume, non appare la filmografia, ahi ahi!), e non pochi incastonati ben saldi nella memoria degli italiani: cinquanta lungometraggi, otto episodi da film, un bel gruppo di documentari, e una marea impressionante di sceneggiature. Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, L’armata Brancaleone, Amici miei, Il marchese del Grillo, sono solo alcuni titoli tra i più celebri, e manca all’appello I compagni, del 1963, altro suo capolavoro (il primo sapete già qual è) interpretato da Marcello Mastroianni, Annie Girardot, Renato Salvatori, e una giovanissima e sorprendente Raffaella Carrà. Una pellicola bocciata al botteghino, come di rito, che provocò in Monicelli, “ una delusione che lo indusse, forse non del tutto consapevolmente, – scrive Giacomo Scarpelli – se non proprio a disamorarsi, quantomeno ad allontanarsi dalla tematica impegnata”.

Iniziata la carriera insieme a Steno (Stefano Vanzina) dietro alla macchina da presa, con i film di Totò, il complimento che proprio non gli garbava era di essere considerato un autore: “Mario – continua Scarpelli – non desiderava essere preso troppo sul serio e soprattutto non voleva prendersi troppo sul serio, non si stancava di ribadire la sua matrice creativa comica, da Totò indietro fino alla Commedia dell’Arte”. Monicelli pretendeva che nei titoli fosse scritto “regia di” e non “un film di”, una richiesta che oggi sembra inimmaginabile anche per l’ultimo esordiente”. Il principio era pur sempre quello “flaubertiano per cui un autore deve dare l’impressione di non essere mai esistito, perché è tutto nelle proprie opere”.

Apparteneva a quella risma di cineasti che si raccoglievano ogni mercoledì da Otello alla Concordia, in via della Croce  – lui, Age, Scarpelli, Ettore Scola – i quali stendendo una sceneggiatura mai avrebbero perso tempo a indicare inquadrature, movimenti di macchina, carrelli, dolly. Un linguaggio tecnico che poi sarebbe stato compito del regista applicare senza tanti bamboleggiamenti. Altro che “camera stilo”! Nessun autocompiacimento, soltanto mestiere.

Sosteneva Suso Cecchi d’Amico:

«Tra i miei amici Monicelli è senza dubbio il più segreto e il più pericoloso, capace di gesti clamorosi rigorosamente in contrasto con i suoi interessi, se non addirittura con i suoi sentimenti. È il re dell’understatement, che io chiamo pudore, e nessun regista-autore al mondo ne ha mai avuto tanto nel proprio lavoro. Monicelli si farebbe impiccare piuttosto che parlare di “ispirazione”, di “anima”, di “creatività».”

Richiesto di un giudizio su Ingmar Bergman, Monicelli avevo risposto: “Un grande regista di pellicole odiose. Racconta in maniera magistrale una società miserabile, depravata. Si specchia nell’alta borghesia del Nord Europa, che è del tutto priva di pietà sociale”.

Scorbutico e tagliente anche con i collaboratori. A Nicola Piovani che insisteva perché andasse ad assistere alle registrazioni della colonna sonora, aveva risposto burbero:

“Se mi fido non ci vengo, se non mi fido non ti ci mando neanche a te.”

L’aveva scelto per la musica del Marchese del Grillo, pur avendo avuto alle spalle giganti come Rota, Morricone, Rustichelli, e pur sapendolo autore di colonne per film impegnati e intellettuali. A cose fatte lo apostrofò: “Non sei contento di esserti scrollato di dosso la fama di musicista mortaccino?”

Allora chi era Mario Monicelli?

Era un personaggio disincantato a cui piacevano battute come quella di Petrolini: «Arriva l’olio santo? Allora sono fritto».

Era un signore che a cinquantanove anni si innamora ricambiato di una ragazza di 19 e la porta a vivere con sé. La ragazza era una delle comparse reclutate per le riprese a Firenze di Amici Miei, il film che Pietro Germi gli aveva lasciato in eredità, uno dei più clamorosi successi degli anni Settanta:

“I barbari cinematografari, – scrive la sua compagna – come quelli della preistoria, portarono guai e rovine e corruppero allegramente la nostra pigra cittadina. Si sciolsero matrimoni e coppie in quei pochi mesi.”

La narrazione, avvincente, è di Chiara Rapaccini:

“Ero una studentessa di Storia dell’arte e se facevo la comparsa era solo per soldi.” Eppure nasce una storia d’amore travolgente:

“Monicelli sembrava preferirmi alle altre comparse e scherzava spesso con me. A volte mi provocava. Diceva che guardandomi nella macchina da presa, mentre facevo la passante in una scena, si era accorto che avevo lo sguardo stupido, e che non avrei mai fatto l’attrice. Lo aveva detto anche a Brigitte Bardot, agli esordi…”

Una sera la invita a cena, telefonandole a casa e parlando con la madre; la quale spinge la figlia ad accettare: “Ricordati che è un signore d’età, non sarebbe educato rifiutare”. (…) Da “sciagurata” dunque “risposi”.

Lunghe camminate a Forte Belvedere o sui Lungarni. È molto frizzante, acuta e spiritosa Chiara, soprannominata Zib (perché per Mario melensa come lo zibibbo):

“Io gli davo del lei. Un giorno gli chiesi arrossendo e pentendomi all’istante: «Signor Monicelli, ma lei mi ama?» «Sì», rispose lui, pensieroso. Quarant’anni di differenza, un regista celebre e sposatissimo di sessant’anni che si mette con una studentessa di provincia, di ventuno. Fu scandalo. Quando annunciai la cosa ai miei, fu come se avessi sganciato la bomba su Hiroshima: «Mamma domattina parto per Parigi, con il signor Monicelli. (…) Abbiamo deciso di stare insieme». Mi ricordo lei pallida, col viso color cuscino, a letto per il riposo pomeridiano. Ora muore, pensai, di ictus, e sarà colpa mia”

Parigi dunque, col cuore gonfio e una valigia malfatta:

“Uscivamo con Mastroianni, Ferreri, la Deneuve, come se fosse normale (…) Quel Mastroianni che avevo visto sullo schermo largo dieci metri al cinema Universale di San Frediano a Firenze, con i miei amici, le patatine e la Coca sulle ginocchia, e di cui mi ero innamorata subito, ora stava lì, accanto a me, a misura umana, e mi stava accarezzando.”

Non perdetevi una riga di ciò che scrive Chiara, e forse saprete (quasi) tutto di Monicelli. Il libro costa 18 euro, soldi ben spesi. Li vale tutti non foss’altro per questa imperdibile storia d’amore & cinema, consumata fino all’ultimo respiro.

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