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Editoria. 40 anni fa l’avventura de “L’Occhio”

 

Quarant’anni fa, tra la fine degli anni Settanta e i primi degli Ottanta, un gruppo molto eterogeneo di giornalisti visse l’avventura dell’Occhio, il quotidiano popolare con il quale la Rizzoli tentò un audace esperimento editoriale: offrire a quello che veniva chiamato il “non lettore” un giornale che fosse insieme un quotidiano di notizie d’attualità e un rotocalco con articoli di varietà da settimanale.

Contando sul fatto che il numero delle vendite dei quotidiani non superava complessivamente i cinque milioni di copie al giorno mentre i settimanali facevano registrare ben altre cifre (il solo Sorrisi e canzoni vendeva due milioni e mezzo di copie alla settimana, seguito da vicino dal Messaggero di Sant’Antonio, dal Calendario di Frate Indovino e dalla Settimana enigmistica), la Rizzoli tentò il cosiddetto “quotidiano popolare” che al prezzo di 200 lire (cento in meno degli altri) avrebbe dovuto attirare in edicola un pubblico diverso, appunto il “non lettore”.

L’esperimento, che si rifaceva ai tabloid inglesi di larghissima diffusione, non riuscì. E l’Occhio, dopo una lunga rincorsa di numeri zero, visse in edicola una breve stagione, chiudendo nel dicembre del 1981. Poco prima si era dimesso il direttore Maurizio Costanzo, che veniva dalla Domenica del Corriere e che vantava una straordinaria popolarità televisiva, ma che non riscuoteva altrettanta simpatia da parte dei redattori “milanesi” del giornale. L’Occhio, infatti, aveva due patrie: Milano dov’era nato e Roma dove contava di affermarsi. All’inizio l’editore aveva fatto le cose in grande: per la redazione milanese un prefabbricato era stato montato sul grande terrazzo del palazzo di via Solferino 28, storica sede del Corriere della sera; per quella romana erano stati allestiti dei locali nello stabilimento di Via Castrense dove si stampavano le copie destinate alla distribuzione nel centro-sud e dove si allestivano le pagine dell’edizione romana.

In questa sede, all’uscita del giornale, si trasferirono i redattori che a Milano avevano seguito per mesi lo stage dedicato alla creazione dei numeri zero. Questi immigrati a tempo determinato ebbero dalla proprietà una sistemazione più che dignitosa: per dormire il residence Italia, nel quartier generale della moda, affollato di top-model. Per mangiare, buoni pasto presso alcuni locali di qualità, dalla Taverna Solferino al ristorante Alle Gabelle sul Naviglio. Per gli spostamenti biglietti aerei A/R per Roma a ogni week-end, perfino una puntata a Venezia per seguire un convegno internazionale sull’informazione all’isola di San Giorgio. Questo trattamento riservato ai “romani” era molto criticato dai redattori “milanesi” che non vedevano l’ora di liberarsi dei supponenti colleghi saliti dal sud. Questo accadde il 10 ottobre 1979, quando fra grandi strombazzamenti pubblicitari e velenose critiche sulla stampa concorrente, partì la breve ma intensa avventura del “Daily Mirror all’italiana”.

Le cause del fallimento furono più d’una: finché durò la novità, le copie vendute in edicola furono di alcune centinaia di migliaia, per poi calare rapidamente a poche decine. Non aiutarono una massiccia campagna pubblicitaria né il prezzo ridotto, anche per il non dichiarato ma sottile ostruzionismo degli edicolanti che videro nella nuova testata un pericoloso concorrente dei giornali tradizionali. Non piacquero le prime pagine “strillate” con grandi foto anche di belle ragazze poco vestite, su modello del britannico Sun. Fu ben presto chiaro che il pubblico italiano non apprezzava l’ibrido fra quotidiano e settimanale che avrebbe dovuto, invece, rappresentare la forza della novità. Ma soprattutto a spegnere un Occhio già “socchiuso”, arrivò lo scandalo della P 2, la loggia massonica di Licio Gelli alla quale risultarono iscritti i vertici sia del gruppo editoriale (il presidente Angelo Rizzoli, nipote del fondatore, e l’amministratore Bruno Tassan Din, il direttore del Corriere della sera Giuseppe  Di Bella) sia del giornale, lo stesso Costanzo che successivamente non negò l’iscrizione (“sono stato un cretino” dichiarò pubblicamente) ma respinse ogni accusa di partecipazione alla loggia deviata.

Eppure, la pur breve stagione del mancato quotidiano popolare, ha rappresentato per l’editoria italiana un caso molto interessante e per i suoi redattori, giovani e meno giovani, un inatteso trampolino di lancio professionale.

Ricca di giovani e piena di donne, quella dell’Occhio si rivelò la redazione più glamour d’Italia. Alla chiamata di Costanzo che curò personalmente le assunzioni avevano risposto giornalisti affermati e giovani rampanti: a Milano Isabella Bossi Fedrigotti, futura scrittrice di successo, ebbe le funzioni di capo-redattore, Marino Bartoletti, poi popolarissimo in tv, fu capo dello sport, per l’attualità c’erano Laura Mulassano, Laura Salza, Giancarla Ghisi, Claudio Lazzaro, Lello Garinei figlio di Pietro, il sodale di Sandro Giovannini, che veniva dalla Domenica del Corriere e che ci avrebbe lasciato prematuramente, Roberto Serafini era il capo degli spettacoli.

Anche nella redazione romana non pochi i nomi di spicco: Samaritana Rattazzi, figlia di Susanna Agnelli, Stella Pende, oggi autrice di apprezzati reportage televisivi, Costantino Pallavicino che veniva dalle pagine economiche del Messaggero, per la politica Mimmo Liguoro che sarebbe poi andato al TG2, e Mino Fuccillo, che aveva sposato Candida Curzi figlia di Sandro, direttore del TG3, il famigerato “TeleKabul”, e che un giorno sarebbe diventato direttore de L’Unità, per la cronaca giudiziaria Paolo Menghini, che sarebbe andato al Corriere della sera, da Genova Franco Di Salvo, con funzioni d vice-direttore, Ulderico Piernoli, già cronista d’assalto a Il tempo.

Nella redazione spettacoli, affidata a chi scrive, una squadra di entusiasti: Paolo Conti, oggi una firma del Corriere della sera, Lucilla Casucci, figlia d’arte (il padre Piero è stato un noto giornalista sportivo, commentatore di formula uno per la Rai) che curava “Lucilla è un’amica”, fortunata rubrica di corrispondenza con le lettrici (il titolo ammiccante si attribuisce proprio al direttore Costanzo), Daniela Giannantonio che sarebbe poi andata a dirigere la redazione romana di Sorrisi e canzoni, Lilli Garrone, oggi ottima cronista al Corriere della sera. Nomi di giovani che si sono affermati nella professione e per i quali l’Occhio di Costanzo è stata una straordinaria scuola di giornalismo, e di meno giovani che dal quotidiano popolare tentato dalla Rizzoli hanno avuto occasione per un balzo in avanti nella carriera.

“Un esperimento arrivato troppo in anticipo sui tempi” l’avrebbero giudicato più tardi i mass-mediologi. E’ stata comunque un’occasione mancata per rinnovare il ruolo del quotidiano in edicola. Colpa dell’editore che aveva più d’una magagna da nascondere? O colpa del direttore che non fu mai molto amato da parte della redazione? Alla quale aveva peraltro dato quanto in suo potere e che ha pagato cara l’esperienza, e per risalire ha faticato parecchio.

Oggi, 40 anni dopo, un laureando in scienze della comunicazione dovrebbe dedicare la sua tesi in giornalismo all’avventura dell’Occhio. E le scuole di giornalismo dovrebbero portare in classe almeno le prime pagine dei primi numeri (sono su internet) e farle commentare da chi le ha scritte. Prima che sia troppo tardi, per mancanza di testimoni diretti.

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