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Nulla sarà più come prima. Anche per il giornalismo

 

Nulla sarà più come prima: lo dicono tutti e poiché anche il giornalismo risulterà anch’esso cambiato bisogna cominciare a rifletterci. Quello che è successo avrà conseguenze non da poco. Esaminiamo anche solo due questioni.

Il cosiddetto lavoro da casa. La dizione inglese, smart working, per la verità è più ampia giacché indica un modo di lavorare intelligente, furbo, sveglio. Dire “da casa” significa semplicemente che si può fare senza andare in redazione. Se gli editori e i giornalisti volessero sfruttare a fondo questa modalità il mondo cambierebbe parecchio. Ne avrebbero interesse tutti: le imprese potrebbero sostenere che se un redattore scrive da casa questa comodità dotrebbe implicare una variazione contrattuale (remunerazione, orario di lavoro ecc) di notevole entità. E molti giornalisti ne converrebbero, accettando forse anche uno stipendio più basso.

Negli ultimi anni, per una serie di ragioni, nel nostro settore il lavoro autonomo si è già molto affermato. Figuriamoci cosa potrebbe accadere se molti giornalisti hanno potuto lavorare in remoto. Perfino il presidente nazionale dell’Ordine ha consigliato ai colleghi di consumare un po’ meno la suola delle scarpe, per non correre rischi. Ci sono articoli che si possono scrivere anche contattando le fonti per telefono. Perché non farlo anche domani? E’ evidente che se la pratica prendesse piede questo giornalismo “seduto” – che già in parte ha scavalcato quello “sul posto” – provocherebbe un declino della professione, che ha sempre inteso come vero giornalista quello che prima di ogni altra cosa va a vedere cosa è successo, per osservare, ascoltare, capire. Che il Signore ce ne scampi! Che tenga lontani editori capaci di sostenere che il buon giornalismo si può fare stabilmente usando lo smartphone. La redazione, fulcro e fucina delle notizie professionali, ne uscirebbero spappolate, la professione polverizzata, concentrata sull’individuo anziché sul gruppo operativo.

La seconda questione è quella che potremmo definire più “politica” perché riguarda la natura anche giuridica del lavoro giornalistico rispetto alla collettività. In questi mesi drammatici il Governo, dovendo fare delle restrizioni, ha inserito l’informazione fra le attività indispensabili, che non possono essere fermate, neppure di fronte alla pandemia. Una volta fatta questa affermazione ne scaturisce un primo effetto: l’informazione giornalistica è un servizio pubblico che deve essere garantito dallo Stato. Come? Si pone una girandola di risposte. Comunque, non attraverso “giornali dello Stato”, ma norme, previsioni, aiuti, condizioni (finanziarie, fiscali ecc) che le istituzioni potrebbero creare affinché i notiziari (autonomi, liberi, veritieri, pluralistici) vengano prodotti e offerti alla collettività. Forse, per prima cosa, occorrerebbe quello che da anni abbiamo chiamato lo “statuto dell’impresa editoriale”, cioè le regole che devono seguire le aziende dell’informazione. Molti lo hanno chiesto (ricordiamo ahimé! le battaglie di Angelo Agostini) e adesso è tempo che la democrazia faccia in modo che l’informazione  non sia abbandonata solo al libero mercato (ai miliardi, alla pubblicità,  agli interessi privati) ma sia garantita come i beni preziosi, come l’aria, l’acqua e il pane.

Queste e tante altre sono le cose sulle quali occorre rapidamente riflettere. La Fondazione Murialdi, fin dalla nascita, nel suo programma ha posto accanto agli studi storici quelli del presente e del futuro. E’ l’organismo privato, già dei giornalisti, adatto per organizzare un tavolo permanente (e unitario) attorno al quale sedersi. Sempre in passato la categoria ha saputo studiare e proporre i mutamenti necessari al suo sviluppo e alla sua affermazione. Ora sarà ancora più importante che riesca a farlo.

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