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I preti e il dolore del mondo

 
Diceva Enzo Biagi: “Ho girato il mondo e dovunque abbia incontrato il dolore dell’umanità, là ho incontrato un prete”. E aggiungeva: “Ho conosciuto tre rivoluzionari ed erano tre preti: don Zeno, don Milani e don Mazzolari”. Esempi straordinari di cosa sia la fede: in Dio e, ancor più, nell’uomo. Quel Dio d’Avvento di cui papa Francesco è l’esempio e il testimone più autorevole. Quel Dio della comprensione, della carità misericordiosa e della speranza. Quel Dio che ha indotto don Giuseppe Berardelli, arciprete di Casnigo in Val Gandino, a rinunciare al respiratore che gli avevano regalato i suoi parrocchiani per farne dono a un paziente più giovane, scegliendo di sacrificarsi proprio come i sacerdoti che, durante la Resistenza, si fecero fucilare dai nazi-fascisti per salvare la vita a dei padri di famiglia.
Era il Dio di monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador, vicino alla Teologia della Liberazione, assassinato quarant’anni fa per le sue battaglie politiche e civili contro la disumana violenza della dittatura militare che impestava il suo paese. Un prete di strada che Francesco ha, giustamente, rivalutato, come ha rivalutato gli interpreti della profezia, gli ostacolati, i preti operai, i difensori degli ultimi, degli esclusi e degli oppressi, coloro che si sono sporcati le mani con la sofferenza di chi annaspa sul fondo di una società disperata e colma di disuguaglianze.
Ed è senz’altro il Dio di don Ciotti, l’angelo dei tossicodipendenti con il Gruppo Abele, in prima linea con Libera contro tutte le mafie. Ha celebrato in questi giorni il venticinquesimo anniversario della propria associazione e noi gli siamo vicini, ora più che mai, soprattutto se consideriamo che, al cospetto di questa crisi devastante, il rischio che ad approfittarne siano proprio le organizzazioni criminali è elevatissimo.
Tre esempi di Chiesa al servizio della persona, di sviluppo sostenibile, di smisurato amore per il prossimo. Tre esempi di cui fare tesoro e da non dimenticare mai, specie ora che siamo chiamati a ripensare il nostro modello sociale, politico, economico e di convivenza.
E per quanto riguarda don Giuseppe, senza voler tirare per la giacchetta nessuno e certi che il presidente Mattarella saprà come rendergli il doveroso omaggio, ci permettiamo di auspicare il conferimento della Meraglia d’oro al valor civile. Nessuno se la meriterebbe più di questo gigante contemporaneo.

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