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Coronavirus. Una rivoluzione da cui rinascere

 

Quando il Coronavirus avrà completato il suo giro del mondo, purtroppo non in soli ottanta giorni e, nobile decaduto, sarà uscito di scena, avrà lasciato dietro di se una società diversa. Come dopo ogni pestilenza, niente sarà più come prima. Milioni di famiglie in lutto, migliaia di aziende moribonde, una società profondamente mutata. Alla roulette del destino, c’è chi vince e chi perde. Come in una guerra che Filippo Tommaso Marinetti, poeta futurista, definiva “igiene del mondo”.  Piuttosto, l’epidemia come un campanello d’allarme, per una società come la nostra dai nervi scoperti. Una situazione che è come una rivoluzione e come tale vediamone i pro e i contro. Per approfittarne.

Intanto, a sperare di vincere una partita che sembra irrimediabilmente perduta è il nostro ambiente naturale. Della ridotta presenza dell’uomo costretto a chiudersi in casa hanno goduto l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che ci cuciniamo come si faceva una volta (dai supermercati è sparito il lievito di birra, tutti a fare pasta, pizze, torte!). I centri storici delle città non fanno più scattare per l’inquinamento le inesorabili centraline, inascoltato campanello d’allarme del nostro assurdo modo di vivere. I vecchi veneziani non ricordano un’acqua così limpida nei canali e nei rii. Questi i primi sintomi positivi, altri ne verranno se l’uomo memore del Coronavirus ridurrà negli anni a venire il suo micidiale peso sull’ambiente. Quel giorno avranno avuto  ragione le tante Grete che oggi vengono spernacchiate come inutili profeti di sventure improbabili

C’è voluta una pestilenza per aprire gli occhi all’uomo di oggi che sembra non poter fare a meno di un’automobile a testa, di treni ultraveloci che poi deragliano, di aerei grandi inquinatori dei cieli, di pericolose crociere, di inutili seconde case, di stragi industriali di pesce in tutti i mari, di criminali allevamenti intensivi di bestiame, di monocolture che annullano la biodiversità, di sciagurati conflitti etnici e di guerre di religione che provocano le dolenti migrazioni da un angolo all’altro del pianeta, uomini, donne e bambini che pochi benemeriti aiutano e che tanti, la maggior parte, non vorrebbe fra i piedi.

Se al Coronavirus si potesse riconoscere almeno un merito c’è quello di aver additato al mondo una società governata da incompetenti, e non solo in materia di pestilenze. In particolare due leader mondiali: il presidente degli Stati Uniti che ha negato fino all’ultimo il pericolo dell’epidemia (proprio come il manzoniano Don Ferranter nega, nei Promessi sposi, la peste di Milano, per la quale peraltro muore). E il primo ministro inglese che si diceva convinto che il virus non avrebbe osato attraversare la Manica. In altri angoli di mondo non mancano governi affatto illuminati che lasciano intere popolazioni esposte al rischio del contagio senza prendere particolari provvedimenti, giudicati lesivi della propria immagine di demiurghi intoccabili. In Italia le cose sono andate meglio, con un popolo tradizionalmente ostico alla disciplina e nemico dei divieti ma che per una volta si è mostrato obbediente, civile e si è chiuso in casa borbottando non più di tanto. E si è visto riconoscere i vantaggi del suo sacrificio. Ma che davvero, grazie al virus, siamo diventati un popolo progredito? Davvero d’ora in poi pagheremo tutti le tasse?

A fare le spese dell’epidemia sono stati soprattutto i ristoranti, i bar, le pizzerie che in Italia sono un’istituzione, le discoteche senza le quali i nostri giovani sembra non possano sopravvivere, è andata più che bene ai supermercati, male ai negozietti di generi non fondamentali, bene alle tabaccherie (del resto lo Stato non poteva chiudere una propria fonte di introiti, appunto dalle sigarette), è stato un dramma per le palestre, i centri benessere, i parrucchieri, si sono salvate, (chissà perché?) le ferramenta, quasi che chiodi e martelli fossero indispensabili alla routine quotidiana. Con le grandi fabbriche abbiamo assistito al paradosso che a chiederne la chiusura non sono stati i padroni ma i sindacati, preoccupati della salute degli operai. E la falce dell’epidemia “che pareggia tutte le erbe del prato”, (per dirla ancora con il Manzoni) ha colpito l’uomo della strada e i principi, gli anziani ma anche i giovani, i governatori regionali e l’erede al trono d’Inghilterra, ma da noi si è abbattuta pesantemente sul turismo: ristoranti, in primis quelli cinesi, alberghi, pensioni, case-vacanze, bed & breakfast, campeggi anche se fuori stagione, agenzie di viaggio, operatori turistici, le guide dei musei, i finti “centurioni” del Colosseo,  i falsi ”ciceroni” di Pompei, gli abusivi dei salta-fila ai Musei Vaticani. Tutto un mondo importante, per noi paese a forte vocazione turistica, andato all’aria.

Ma davvero avevamo bisogno di tutto questo? Passi per i buoni ristoranti, le trattorie davvero tipiche, le pizzerie veraci, i grandi alberghi per il turismo d’élite, le pensioni più a buon mercato, gli stabilimenti balneari meno invasivi. Ma di tutto il resto, davvero non potremmo fare a meno? Quando l’epidemia  sarà superata, dovremo riflettere  su questa nostra società convulsa e fragile, che mostra tanti aspetti sensibili e che sembra avviata a un’involuzione ben lontana da una soddisfacente qualità della vita. Oggi tutto è votato all’incasso: in tanti prendono soldi dai milioni di turisti  che ci invadono, ma pochi badano a migliorare  la vivibilità delle nostre città d’arte, dove i rivenduglioli di cianfrusaglie, soprattutto nei centri storici, sono più numerosi, che so? delle edicole dei giornali, i minimarket più diffusi delle panchine nei giardini pubblici, i pullman turistici più invadenti dei normali mezzi pubblici, il “mare in gabbia” del settore balneare più diffuso dei metri di spiaggia aperti gratuitamente al pubblico. Il turismo di massa porta soldi ma è uno sfregio quotidiano sul volto bellissimo delle nostre città, dovremmo  ridimensionarne le mostruose proporzioni. C’è davvero bisogno di 23 milioni di turisti all’anno? Non si può impedire alle grandi navi di affacciarsi su piazza San Marco?

Non sarà da virus ma questa che l’Italia sta vivendo da qualche anno nella logica della bilancia dei pagamenti è anch’essa un’epidemia, non meno rovinosa.

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