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George Orwell settant’anni dopo

 

Quando ci disse addio, settant’anni fa, George Orwell non avrebbe mai potuto immaginare che sette decenni dopo le sue intuizioni sarebbero state confermate quasi integralmente.

La società distopica descritta in “1984”, per dire, oggi ci appare quasi auspicabile, specie se consideriamo le false democrazie che si sono strutturate in molti paesi, anche per via delle conseguenze della Guerra fredda, con l’ipocrisia disumana dei governanti e l’inganno permanente ai danni dei cittadini, ormai pressoché istituzionalizzato e dai più considerato normale.

E poi la sorveglianza, il Grande Fratello che ormai ci è entrato in casa; anzi, è diventato una casa, un gioco, una trasmissione di discreto successo, pur trattandosi di un’aberrazione, di una follia, di una vergogna, di un concetto emblematico del peggior totalitarismo, di un controllo degno della Stasi della vita delle persone. E che dire del pensiero unico, dell’impossibilità di ragionare con la propria testa, di una società sempre più uniforme, conformista, rinchiusa dentro schemi prestabiliti, nella quale non c’è alcuno spazio per la fantasia, per il pensiero controcorrente, per chi si ribella allo status quo e sogna nuovi immaginari? Senza contare slogan come “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”, provocazioni che tuttavia si sono trasformate in un’amara realtà, con l’aggiunta di una falsità e di una volgarità che neanche Orwell avrebbe mai potuto descrivere.

Aveva anticipato anche la pretesa dei potenti di essere al di sopra degli altri, proprio come ne “La fattoria degli animali”, dove i maiali esigevano di essere più uguali degli altri e già si intravedevano i disvalori alla base del capitalismo selvaggio, basato sullo sfruttamento del lavoro e sulla progressiva scomparsa della dignità umana.

Orwell aveva capito tutto e ci aveva messo in guardia. Purtroppo se n’è andato troppo presto, a soli quarantasei anni, lasciandoci con mille interrogativi senza risposta e la certezza di un degrado sociale di cui oggi più che mai subiamo le conseguenze. Senza che ci sia più un narratore in grado di descriverle e di immaginare con altrettanta, drammatica lungimiranza il nostro futuro.

P.S. Dedico quest’articolo ai settant’anni di Peter Gabriel, un’icona della musica globale di cui non finiremo mai di apprezzare il genio

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