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Arrestato l’attivista Patrick George Zaky: la classica punta di un iceberg

 

La punta di un iceberg: l’arresto di Patrick George Zaky è la classica punta di un iceberg, che si mostra solo parzialmente e sotto al pelo dell’acqua nasconde una massa difficilmente immaginabile.
Lo sa bene Alessandra Fabbretti, dell’Agenzia Dire, che nell’agosto 2018 aveva intervistato Patrick, sulla situazione egiziana: «Un pezzo di pane, un ragazzo d’oro; come tutti gli egiziani che ho incontrato. È incredibile che adesso possa essere accusato di terrorismo».
Alessandra, c’è un legame tra l’arresto di Patrick e l’omicidio di Giulio Regeni? «Assolutamente sì. Rientra tutto in un’azione di repressione messa in atto dall’attuale regime. Da quando si è realizzato il colpo di stato che ha portato Al-Sisi al potere, i media non hanno più avuto alcuna libertà. Giornalisti, ricercatori e attivisti sono stati arrestati a migliaia: sono veri e propri “prigionieri di coscienza”. Non si può rimanere indifferenti a tutto questo. Patrick denunciava da anni la situazione».
Cosa succede, adesso, in Egitto? «La situazione è drammatica e fuori dai confini nazionali le notizie non hanno il risalto che meriterebbero. Dal settembre dell’anno scorso si sono svolte manifestazioni importantissime, che hanno visto un’altissima partecipazione dei giovani. La polizia girava fino a poche settimane fa per le strade, fermando i giovani per prender loro il cellulare; se trovavano foto e video delle manifestazioni, procedevano con gli arresti, in forza di una legge contro il terrorismo che viene usata per eliminare l’opposizione interna. Gli egiziani sono consapevoli di loro diritti, così come sono coscienti dei rischi che corrono; per questo non possiamo lasciarli soli».
Basta fare qualche rapida ricerca in rete; e subito – se mai ce ne foss ebisogno – si trova riscontro alle affermazioni di Alessandra Fabbretti. «Nei 12 giorni successivi al 20 settembre, inizio delle proteste che hanno nuovamente scosso l’Egitto, sono state arrestate oltre 2,3mila persone: manifestanti fermati in piazza, persone prese a caso ai posti di blocco istituiti nelle principali città del paese, ma anche “bersagli” più specifici quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. Pochi da allora sono stati i rilasci», parola di Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International Italia, scritte sul suo blog de il Fatto Quotidiano.
Sempre Amnesty International denuncia che la Procura per la sicurezza egiziana sia un minaccioso strumento di repressione: «La Procura suprema ha ampliato la definizione di ‘terrorismo’ fino a comprendere le proteste pacifiche, i post sui social media e le legittime attività politiche. Il risultato è che chi critica in modo pacifico il governo è considerato un nemico dello stato. La Procura suprema è diventata uno strumento fondamentale della repressione. Il suo compito principale pare essere quello di ordinare arresti arbitrari e intimidire le voci critiche, il tutto in nome della lotta al terrorismo», ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.
Un cittadino americano ed egiziano si è lasciato morire qualche giorno fa, nel carcere di Tora; proprio mentre il Presidente Trump elogiava Al-Sisi come «…un grande, il mio dittatore preferito…». Moustafa Kassem, scrive il Manifesto, 64enne malato di diabete, era stato arrestato 6 anni fa e condannato a 15 anni. «Stava facendo Bancomat a qualche centinaia di metri da una piazza in cui c’era una manifestazione contro il governo – dice Alessandra Fabbretti – non aveva alcuna colpa».
Timide le reazioni della comunità internazionale; anche perché Al-Sisi si propone come una pedina importante per la crisi libica. E l’Italia ha il suo importante tornaconto; Repubblica riportava – il giorno prima dell’arresto di Patrick, lo scorso 6 febbraio – della vendita di 2 navi da guerra all’Egitto, con il coinvolgimento di Palazzo Chigi e Fincantieri. Sempre Repubblica scrive: «…il negoziato italo-egiziano è talmente sgangherato che addirittura il 24 gennaio, alla vigilia dell’anniversario del rapimento di Giulio Regeni in Egitto, il consigliere militare della presidenza, l’ammiraglio Carlo Massagli, aveva convocato una riunione di coordinamento a Palazzo Chigi. La riunione è stata fatta saltare all’ultimo momento perché dal ministero degli Esteri alcuni diplomatici avevano fatto notare al consigliere diplomatico di Giuseppe Conte, l’ambasciatore Piero Benassi, che tenere una riunione del genere proprio alla vigilia dell’arresto di Regeni sarebbe stata un’offesa incredibile per la famiglia. Come dice adesso un diplomatico in servizio di alto livello, un negoziato gestito in questo modo “è una svendita miserabile di qualsiasi residuo di credibilità politica dell’Italia nei confronti del regime egiziano”…».
E poi il progetto ITEPA (International Training at Egyptian Police Academy), in forza del quale la polizia italiana – finanziata con un milione e 800mila euro italiani – ha addestrato la polizia di 22 paesi africani: tra cui le forze dell’ordine egiziane. Lo si apprende direttamente dal sito del Ministero dell’Interno.
AltraEconomia riporta delle dichiarazioni in merito del capo della polizia, il prefetto Gabrielli: «…Proprio allora, il prefetto Gabrielli ha risposto alle domande dei cronisti, concentrate soprattutto sulla “fama” dell’Accademia di polizia egiziana guidata da Ahmed Adel Elamry nel campo dei diritti umani e sull’opportunità di una simile partnership visto il buio pesto fatto calare dal regime del generale Abdel Fattah al-Sisi sull’omicidio del ricercatore Giulio Regeni, commesso in Egitto tra gennaio e febbraio 2016. Di fronte agli interrogativi, il capo della polizia ha indossato i panni del pragmatico. Toccherebbe “sporcarsi le mani”, “esportare la nostra cultura giuridica”, perché “nessuno è così ingenuo da pensare che in questi Paesi saranno tutte rose e fiori” ma del resto “le grandi cose si costruiscono dalle piccole cose”. Di un “Aventino che pulisce le coscienze” ce ne si fa nulla. “Se domani un poliziotto italiano commette degli abusi -si è poi chiesto Gabrielli, retoricamente-, che faccio, chiudo le scuole di polizia?”…».

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