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Minacciata e maltrattata in Sudan, ma tornerei a raccontare le ‘rivolte del pane’

 

È passato un anno dal mio fermo in Sudan. Oggi che i responsabili delle ore più buie della mia vita sono stati individuati e non possono più nuocermi posso raccontare ciò che ho rischiato ed è stato scongiurato solo grazie all’intervento tempestivo della nostra ambasciata a Khartoum.

Poche settimane fa, grazie a Suliman Ahmed Hamid, portavoce dell’etnia Zagawa, una delle più importanti tribù del Darfur, ho saputo che i responsabili del mio fermo, ritenuto dalla Commissione di inchiesta sudanese istituita sul caso “un abuso di potere e una violazione dei diritti della giornalista”, erano stati individuati e sanzionati. Mi ha inoltre rivelato che il direttore dell’albergo dove alloggiavo, il Rawaq hotel, durante il mio soggiorno nella capitale sudanese era stato prelevato per sottoporlo a interrogatori dai agenti delle forze di sicurezza, gli stessi che avevano anche perquisito la stanza che avevo lasciato per trasferirmi nella residenza dell’ambasciatore italiano che per garantirmi tranquillità mi aveva offerto ospitalità.

Se non fossi stata presa in carico dalla nostra diplomazia l’epilogo della mia vicenda poteva dunque essere ben diverso. Oggi, chiusa questa brutta pagina umana e professionale, posso liberarmi di un peso che per mesi ho dovuto sopportare da sola, che non ho potuto condividere neanche con la mia famiglia: particolari finora inediti, taciuti per esigenza di indagini e per il pericolo di ritorsioni.

Mentre ero nelle mani della National security sudanese ho subito forti intimidazioni e sono stata trattata brutalmente.

Non ho raccontato pubblicamente i particolari del fermo anche perché non volevo, non dovevo, essere io ‘la notizia’.

Ero in Sudan per raccontare ‘fatti’, per illuminare una rivolta di cui sembrava non importasse a nessuno, violazioni di diritti, uccisione di civili inermi colpevoli solo di manifestare pacificamente. Crimini che il mondo si ostinava a ignorare.

La mia disavventura, che per fortuna si è risolta in poche ore, è stata solo conseguenza della tensione crescente nel Paese.

Tutto è iniziato con delle semplici riprese. Non ero ancora arrivata a Omdurman, città gemella di Khartoum, la capitale del Sudan dove era prevista una manifestazione che volevo seguire. Avevo chiesto all’autista che mi aveva prelevata dal mio albergo di fermarsi subito dopo il ponte che attraversa il Nilo per fare delle immagini. Una ripresa del paesaggio, del fiume, della gente assembrata davanti a un edificio governativo, brevi frame da utilizzare come possibili ‘tagli’ per il reportage che avrei realizzato appena tornata in Italia.

Forse ho fissato l’obiettivo sul posto e sulle persone sbagliate. Di certo c’è che un paio di individui in abiti civili si sono avvicinati e mi hanno chiesto perché ero lì e scattassi foto. Nonostante avessi chiesto di mostrarmi un documento che attestasse fossero della polizia o dei servizi di sicurezza hanno ignorato la mia richiesta. Mi hanno portata in un edificio anonimo. Hanno voluto la telecamera e la macchina fotografica. Hanno guardato ciò che avevo girato e hanno cancellato tutto. Ero arrabbiata e tesa ma ho cercato di rimanere calma. Fino a quel momento sembrava fosse un semplice controllo. Poi sono iniziate le minacce, mi hanno costretta a consegnargli anche il telefono e quando mi sono rifiutata di dargli la password della mail solo diventati bruschi. Uno di loro mi ha presa per un braccio e a pochi centimetri da me mi ha urlato in faccia con un inglese quasi incomprensibile che se non avessi collaborato e non fossi rimasta in silenzio ci avrebbe pensato lui a farmi passare la voglia di essere arrogante e mancare di rispetto a un uomo.

In quel momento ho avuto davvero paura che potesse accadermi qualcosa di brutto. L’altro uomo è intervenuto per calmare il compagno, lo ha spinto lontano da me. Poi si è voltato e mi ha detto di permettergli di verificare il contenuto del telefono se non volevo peggiorare la situazione.

Ho ceduto. Hanno iniziato a controllare tutto, anche le mie foto e i messaggi personali. Ho tentato di protestare ma è stato del tutto inutile. Mi sono accasciata sulla sedia e sono rimasta in silenzio mentre loro spulciavano tutta la mia vita… Sono state le cinque ore più lunghe della mia esistenza. Poi è arrivata una telefonata. Ho capito dal tono con cui l’agente ‘buono’ rispondeva al suo interlocutore che doveva essere qualcuno di autorevole e importante. Al termine di quella chiamata l’atmosfera nella stanza è cambiata all’istante. Mi hanno ridato tutta la mia attrezzatura elettronica e senza più pronunciare parola mi hanno lasciata andare. Solo dopo ho saputo che a chiamare era stato il ministro dell’Interno sollecitato dal responsabile dei servizi di sicurezza della nostra ambasciata ‘preoccupato per l’italiana scomparsa dall’ albergo dove alloggiava’.

Se tutto si è risolto in poche ore è proprio grazie alla nostra intelligence, all’autorevolezza della nostra diplomazia in Sudan. Se fossi stata americana o inglese non sarei stata così fortunata.

Ammetto di essermi sentita al sicuro solo quando ho visto l’ambasciatore, Fabrizio Lobasso, al quale mi lega una profonda amicizia. Nonostante il rischio corso ho però continuato a fare il mio lavoro, a raccogliere storie è testimonianze e a raccontare ciò che avevo visto.

Delle centinaia di persone in strada per manifestare la propria disperazione. Dell’uso indiscriminato contro uomini, donne e bambini di gas lacrimogeni che anch’io avevo respirato. Proprio mentre rientravo a Khartoum ho potuto documentare la manifestazione più grande dall’inizio delle rivolte, dispersa con la forza: la polizia sparava ad altezza d’uomo.

Fino a quel momento avevo potuto raccontare solo di edifici anneriti dalle fiamme, copertoni di gomme usati come barriere lasciati ai margini delle strade, fori di proiettili nei muri e delle cariche della polizia che non esitavano a reprimere ogni forma di dissenso. Nelle ore più cruente dei disordini ero lì e avevo le prove che le forze di sicurezza sparavano sulla gente che era lì per manifestare pacificamente. Terra di repressioni e radicalismo, di violenza e traffici, di morte e impunità, il Sudan stava vivendo la sua ora più cruenta della ribellione del suo popolo, stanco della guerra in Darfur, dei bombardamenti a tappeto sui Monti Nuba, dei profughi massacrati per ordine di un dittatore senza scrupoli Omar al-Bashir. Nel cuore dell’Africa, là dove la repressione armata era un imperativo di condotta e il Presidente governava nonostante un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio, il tempo della tirannia stava finendo.

Ed io ero lì unica testimone occidentale della gravità di quanto stesse avvenendo.

Il governo aveva bloccato la comunicazione su Internet e i media nazionali censuravano le notizie. Solo la mia vicenda era riuscita a rompere l’assordante silenzio su ciò che in Sudan stesse avvenendo. Grazie al mio fermo finalmente anche in Italia si erano accesi i riflettori sulle manifestazioni, sugli eccidi e le ingiustizie in Sudan.

Nonostante il rischio corso so che era giusto essere lì. Perché un giornalista questo fa, va sui posti e racconta ciò che vede.

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