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Caso Dj Fabo-Cappato: sentenza storica. Ma ancora una volta la politica è assente

 

Soddisfazione, perché la Corte d’Assise di Milano ha emesso una sentenza secondo ragione e ragionevolezza. Era evidente fin da subito che “il fatto non sussiste”, ed è una barbarie considerare quello di Marco Cappato , tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, un reato. Essersi “limitato” ad accompagnare Dj Fabo in una clinica svizzera, per il suo ultimo viaggio, non è reato; è piuttosto il gesto doloroso e pietoso di chi consente a una persona di liberarsi da una prigione che lo opprime; che lo tormenta e gli procura indicibile dolore. Un qualcosa di drammatico che va compreso e non giudicato.

Al tempo stesso, lascia l’amaro in bocca. Sono dovuti intervenire corti di giustizia, fino alla più alta: la Corte Costituzionale. I giudici milanesi, infatti, hanno sentenziato con alle spalle il “conforto” di una precedente sentenza; la Consulta, investita proprio del caso, la Consulta ha tracciato quattro principi guida che stabiliscono quando l’aiuto al suicidio non è punibile, non costituendo reato. Come sintetizza il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano nella requisitoria durante la quale ha spiegato la richiesta di assoluzione, al “principio di sacralità della vita (…) si sostituisce la tutela della fragilità umana”.

Per questo, come deciso dalla Corte d’Assise, “il fatto non sussiste”. L’aver aiutato a morire Fabiano Antoniani, portandolo in Svizzera, consapevole che sarebbe stato il suo ultimo viaggio, è stato dettato da “una motivazione di libertà, di diritto all’autodeterminazione individuale, laddove non è la ‘tecnica’ del tenere in vita o del far morire che è rilevante, ma la libertà di autodeterminazione, quella sì che è rilevante”, osserva  Cappato. I giudici hanno condiviso queste “ragioni”.

I giudici milanesi hanno bilanciato e conciliato le ragioni del diritto e dell’umanità, della compassione nel senso più alto ed estensivo del termine.

Sentenze giuste, sentenze condivisibili. Resta comunque l’amaro in bocca. Non per le ragioni addotte da quanti in queste ore adducono per motivare il loro dissenso una malintesa “sacralità della vita”. Piuttosto perché si tratta di sentenze che di fatto “legiferano”. Riempiono un “vuoto” che dovrebbe essere colmato non tanto, non solo, dai giudici, ma dal Parlamento: a deputati e senatori spetta legiferare. Al contrario, assistono immoti, paralizzati, impotenti. Non sanno, non vogliono affrontare la questione. La Politica (e qui si parla della “politica” in senso alto e nobile, non il pio-pio che quotidianamente ci ammorba), è totalmente assente. Ecco dunque che la Corte Costituzionale e non il Parlamento ha stabilito che in determinate situazioni non è reato, come prevede l’articolo 580 del codice penale, aiutare a morire una persona malata che non ritiene più sopportabile e dignitoso vivere. In precedenza sempre la Consulta aveva evidenziato l’incostituzionalità della norma che parifica l’istigazione al suicidio con l’aiuto.

L’amaro in bocca deriva dal fatto che la Corte Costituzionale ha chiaramente chiesto al Parlamento di legiferare, dando tempo fino al 24 settembre scorso; e ha fissato alcuni punti fondamentali: condizioni specifiche che rendono “ingiusta e irragionevole”  la punizione per  chi aiuta a morire: il malato deve essere terminale, in grado di decidere pienamente, afflitto da una patologia che gli provoca sofferenze fisiche e psichiche per lui assolutamente intollerabili. I punti fatti propri dai giudici milanesi.

Il Parlamento, e tutte le forze politiche in esso rappresentato, latitano. Una vergogna. E dire che la questione, pur complessa, è piuttosto semplice. La stella polare è costituita  dall’articolo 32 della Costituzione, sul quale, a suo tempo, molto ha contribuito Aldo Moro): La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Un articolo che chiaramente nega l’accanimento terapeutico quando viene rifiutato dall’interessato.

   L’amaro in bocca è dato dal fatto che ancora una volta, la classe politica abdica i suoi compiti, le sue funzioni. Almeno mostri un po’ di pudore, e non si scagli contro quei giudici e quella giurisprudenza che accusa di “invasione di campo” e di “supplenza” e “ingerenza”. Se così è, la responsabilità è solo loro: politici che si rivelano pavidi, indifferenti, crudeli. Non accettano il confronto. Non sanno, non vogliono dibattere la questione, discuterla. Vigliaccamente si preferisce eluderla, timorosi di infrangere inesistenti tabù, di turbare coscienze che al contrario offendono e oltraggiano.

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