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Turchia, bavaglio contro i giornalisti: vietato parlare di guerra e di curdi

 
In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha reso noto che in Turchia centinaia di persone sono state arrestate per aver fatto commenti o denunce sull’offensiva militare in Siria e rischiano processi e condanne per reati inesistenti. Chiunque si sia distanziato dalla linea ufficiale del governo è passibile di essere denunciato per “terrorismo”.
Oltre a utenti dei social media e attivisti ed esponenti politici curdi o filo-curdi, tra i più colpiti, naturalmente, vi sono i giornalisti.
Il 10 ottobre, il giorno dopo l’inizio dell’offensiva militare, l’autorità regolatrice delle comunicazioni (Rtuk) ha avvisato gli organi d’informazione che vi sarebbe stata tolleranza-zero su “ogni trasmissione che potrebbe avere un impatto negativo sul morale e sulle motivazioni dei soldati o che potrebbe ingannare i cittadini attraverso informazioni incomplete, false o parziali funzionali agli obiettivi del terrorismo”.
Lo stesso giorno Hakan Demir di “Birgün” è stato interrogato su un tweet pubblicato dall’account ufficiale del quotidiano che rilanciava un servizio della Nbc con questo testo: “Gli aerei da guerra turchi hanno iniziato a compiere attacchi contro aree civili”.
Contemporaneamente Fatih Gökhan Diler, direttore del portale “Diken”, veniva arrestato per aver pubblicato un articolo dal titolo “Le Sdf denunciano: due civili hanno perso la vita”.
Entrambi i giornalisti sono stati accusati di “incitamento all’odio e all’inimicizia” e sottoposti a un divieto di viaggio all’estero fino all’esito delle indagini.
All’alba del 19 ottobre la polizia ha fatto irruzione nell’abitazione della giornalista e difensora dei diritti umani Nurcan Baysal: “Entrarti in casa in 30, pesantemente armati e camuffati, terrorizzare i tuoi bambini solo per alcuni post in cui chiedevo la pace mostra fino a che punto sia arrivata la soppressione della libertà d’espressione in Turchia”.
Un’altra giornalista, Özlem Oral, è stata arrestata lo stesso giorno e interrogata su alcuni tweet critici nei confronti dell’operazione “Primavera di pace”, pubblicati da un account che non era il suo. Il giorno dopo è stata rilasciata ma dovrà presentarsi regolarmente in una stazione di polizia e non lasciare Istanbul, la città dove risiede.
Il 27 ottobre l’avvocata ed editorialista Nurcan Kaya è stata arrestata all’aeroporto di Istanbul dopo che aveva scritto su Twitter: “Sappiamo per esperienza che ciò che chiamate operazione di pace è un massacro”. Rilasciata dopo poche ore, non potrà viaggiare all’estero.
Ma non sono solo i giornalisti turchi a essere presi di mira. Il 25 ottobre l’avvocato del presidente Erdoğan ha annunciato di denunciato per “offesa al presidente” il direttore e l’editore del settimanale francese “Le Point”, che il giorno prima aveva pubblicato in copertina questo titolo: “Pulizia etnica: il metodo Erdoğan”.
Per quanto riguarda i social media, solo nella prima settimana dell’offensiva militare 839 account sono stati posti sotto indagine per “diffusione di contenuti di rilevanza penale”; 186 persone sono state messe in custodia di polizia e 24 di loro sono state rinviate in detenzione preventiva.

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