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Non lasciamo solo il calcio: il razzismo è un male sociale

 

Combattere l’insulto razziale, con tutti i mezzi: nello stadio e fuori. Il calcio é responsabilitá sociale, politica e culturale di tutti, non bisogna fermarsi a quello che avviene in campo. Se l’odio razziale riaffiora ci sono mali profondi che vanno contrastati alla radice e non basta tagliare le foglie. Il linguaggio dell’odio, l’hate speech di matrice ideologica ha diverse facce, cosí come la violenza: ognuna va conosciuta e affrontata in modo specifico, con strumenti culturali e legislativi. Senza minimizzare o indugiare.

La settimana appena trascorsa si é aperta con la senatrice a vita Liliana Segre che ha denunciato il linguaggio fascista e antisemita che la aggredisce sistematicamente in rete e si è chiusa domenica con il bresciano Balotelli che ha scagliato il pallone sugli spalti, nello stadio Bentegodi, dopo i buu razzisti che lo avevano bersagliato durante il primo tempo di Verona-Brescia. Non ne ha potuto piú, ha sparato nel mucchio perché Cuor di coniglio è molto bravo a nascondersi, l’anonimato della rete e quello della curva rappresentano una protezione sicura. Come quello della città, della metropoli anonima, delle scritte contro ebrei, gay, Rom. E se i “suprematisti” bianchi girano mascherati ogni minoranza è un bersaglio, il branco accerchia e colpisce, a volto mascherato. Come avviene nel piombo della serie tv Watchmen dove storia, sangue e odio si condensano nel cielo di Tulsa, Oklahoma. Il passato ci mette in guardia e il futuro é da scrivere: in curva, in borgata, nei Sud del mondo, nel catrame dell’omofobia, nei salotti buoni dei controllori con poche leggi.

C’è chi la chiama libertà di pensiero, c’è chi minimizza, chi dice: “non ci badare”. C’è anche chi non vede e non sente, come Juric, allenatore del Verona, che nel dopopartita ha straparlato: “Balotelli? Nessun coro razzista, solo sfottò”. Le tesi negazioniste hanno aperto la strada allo sproloquio di Luca Castellini, capo della tifoseria del Verona ed esponente locale di Forza Nuova, intervistato da Radio Caffè: “Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana, ma non potrà mai essere del tutto italiano”. Quarantotto ore dopo la sparata gli é stato comminato un megadaspo: interdizione di ingresso allo stadio sino al 2030.

La procura della Figc parla di 20 persone che in curva hanno inscenato i buu: pochi? Tanti? Che si aspetta ad identificarli e a punirli, in epoca di binocoloni e di telecamere dappertutto, secondo quanto previsto dalle leggi ordinarie e sportive? C’è anche un’interrogazione parlamentare di Leu.

Qualcuno sa bene che si tratta di gruppi che tengono in scacco le società di calcio, le ricattano e in cambio chiedono favori e il controllo del territorio, la curva. Non sono tutti i tifosi e neppure tutti gli ultrà, ma gruppi precisi e identificabili. Un provvedimento è arrivato: il giudice sportivo di Serie A ha disposto la chiusura per una giornata effettiva di gara, con decorrenza immediata, del settore denominato ‘poltrone est’ dello stadio ‘Bentegodi’ di Verona.

Basteranno questi provvedimenti? No, se rimangono isolati e non contribuiscono a prese di posizione radicali da parte di tutto il sistema calcio italiano, la terza industria del nostro Paese.

Di fronte alla mollezza dei provvedimenti presi sinora i giocatori si stanno autorganizzando, non solo nei campi di serie A ma anche in quelli di periferia e delle serie minori: Henoc N’gbesso, attaccante delle giovanili del Milan e della Nazionale Under 17, bresciano anche lui di origini ivoriane propone a tutti i giocatori, non soltanto a quelli neri di uscire dal campo senza essere sanzionati, in presenza di buu razzisti. I suoi nemici sono ignoranza e negazionismo. I suoi riferimenti sono Luther King e Mandela: “è normale che le loro storie mi tocchino di più – dice – Come la battaglia di Balotelli”.

Se il razzismo alza la testa (testa?), negli stadi e negli autobus, nelle strade e nei taxi, non si può lasciare da solo il sistema calcio. E allora?

L’Europa e l’Uefa, formalmente intransigenti sul tema razzismo, chiedono all’Italia di intervenire: c’è qualcosa di molto grave nel nostro Paese che continua a passare sotto silenzio, le partite molto spesso diventano una cipertura, non vengono interrotte nè sospese in presenza di episodi di razzismo, così come prevederebbero i regolamenti.

Che fare concretamente per contrastare il razzismo? Prima cosa conoscere meglio il fenomeno e monitorare il mondo oscuro delle violenze discriminatorie che riguardano lo sport, da quello di vertice a quello amatoriale, che, anche senza finire in prima pagina, rappresenta il risvolto più diffuso e meno esplorato del fenomeno. Per questo è stata lanciata da Unar, Rete Fare europea e Uisp la proposta di un Osservatorio nazionale contro le discriminazioni nello sport che possa coinvolgere il maggior numero di istituzioni e organismi pubblici, il mondo dello sport e del calcio, quello del terzo settore e dell’associazionismo sportivo.

Si tratterebbe di una novità anche in Europa, visto che, grazie al progetto internazionale Match-Sport, si è rilevato che il continente sia sfornito di strumenti di questo tipo per monitorare e fornire dati precisi sul mondo sportivo amatoriale e dilettantistico.

Seconda cosa: riservare attenzione ai livelli meno visibili, quelli dei campionati dilettanti, amatoriali, dei campetti di periferia. Là dove spesso si esprime il razzismo che coinvolge giocatori, arbitri, allenatori così come genitori e pubblico. Quando subisce un episodio di razzismo un giocatore di alto livello questo può trovare gli strumenti per difendersi, mentre bambini o giovani che quella notorietà non hanno è facile che continuino a subire. Bisogna pensare anche a loro quando si denuncia un episodio di razzismo in uno stadio importante, per il riflesso che ha nell’immaginario di chi è “invisibile”.

Terza cosa: azioni di promozione e comunicazione curate dalle societá e dai tifosi, insieme, capaci di prendere coscienza che per riconquistare la vivibilitá degli stadi (e degli spazi cittadini) non si può rimanere indifferenti, subire gli ululati degli sciacalli. Una efficace azione culturale finalizzata al rispetto e alla dignita, all’amicizia e all’inclusione. In una parola: ritorno ai valori sociali dello sport, niente di speciale. Si stanno sviluppando efficaci azioni dal basso, come quella promossa a Cagliari, prima della partita col Genoa, grazie alla distribuzione a tutti gli spettatori della poesia di Grazia Deledda: “Noi siamo sardi. Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi…”.

Quarta cosa: regole chiare e persone chiamate a farle applicare e rispettare, anche pensando a figure nuove e inedite, da addizionare agli arbitri. Pensare ad una Costituzione del rispetto dal valore normativo vincolante, per ripristinare legalitá e agibilitá democratica in campo e sugli spalti. Senza zone franche e gruppi di sedicenti tifosi che impongono i loro riti e le loro coreografie, anche a chi non ha voglia di inneggiare alla memoria di pregiudicati e violenti.

Non lasciamo solo il calcio: il razzismo é un male sociale, se affiora é responsabilitá di tutti, la politica incominci ad assumersi  la sua.

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