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Caso Orlandi: in Vaticano non giunse nessuna telefonata la sera della scomparsa. Ecco perché il racconto di monsignor Viganò non è credibile

 

I fumi del grande bluff tornano a intossicare la scomparsa di Emanuela Orlandi. E provengono ancora una volta dall’ambiente nel quale la giovane flautista era nata e cresciuta: il Vaticano. Quanto successe nel 2017 con la patacca delle cinque pagine spacciate per documento inattaccabile stavolta si è ripetuto con le dichiarazioni di monsignor Carlo Maria Viganò. L’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti ha rilasciato  al vaticanista Aldo Maria Valli un’intervista nella quale racconta che i presunti rapitori di Emanuela Orlandi ne avrebbero rivendicato il sequestro telefonando alla sala stampa della Santa Sede “circa le 20 o forse più tardi” del 22 giugno 1983, cioè nemmeno un’ora dopo che si erano perse le tracce della ragazza. La trascrizione della chiamata, trasmessa via fax alla Segreteria di Stato vaticana e lunga due pagine, sarebbe conservata negli archivi segreti d’Oltretevere.

La ricetta dell’indefinito complotto, ordito e attuato da un’organizzazione senza nome e senza volto, ritorna così in cima al menu delle ipotesi sul destino della ragazzina più tristemente celebre dell’enclave pontificia. Ma non è altro che junk food. Perché le parole dell’episcopo varesino sono caratterizzate da contraddizioni ed errori.

Il più macroscopico, che manda k.o. tutta la narrazione già alla prima ripresa, riguarda la fonte dalla quale sostiene avrebbe appreso la notizia: Padre Romeo Panciroli, l’allora portavoce vaticano, che dalla sala stampa gli avrebbe faxato la trascrizione della telefonata. Tutto questo è impossibile. Perché Panciroli, il 22 giugno 1983, non era in Vaticano bensì in Polonia, al seguito di Wojtyla nel secondo viaggio del Santo Padre nella sua terra natale, e sarebbe rientrato in Vaticano soltanto il 23 giugno. Quando L’Osservatore Romano – uno degli organi d’informazione ufficiale della Santa Sede – e il Corriere della Sera riportarono sue dichiarazioni, rilasciate al termine dell’omelia tenuta da Giovanni Paolo II il 21 giugno a Monte Sant’Anna (voivodato di Opole, duecento chilometri da Cracovia), che ribadivano la natura pastorale e non politica di quella missione.

Caduta la fonte, cade anche la notizia. Se poi scendiamo in quelli che sarebbero stati i dettagli di quel documento, entriamo nel surrealismo. Viganò parla di rivendicazione dai “toni rigorosi e professionali” salvo però non ricordare né una parola, né una frase di quel che c’era scritto. Ma allora su quali basi si poggiano le sue dichiarazioni? E come fa a non rammentare nemmeno gli autori di un messaggio che, se fosse esistito, avrebbe avuto una portata sconcertante? Eh sì, perché riguarderebbe il primo cittadino vaticano rapito dall’indipendenza dello Stato Pontificio (1929). Un evento che avrebbe scatenato subbuglio e sconquasso, finendo sulle prime pagine di tutti i giornali. Come la morte di Papa Luciani (28 settembre 1978) o il delitto delle Guardie Svizzere (4 maggio 1998). Invece sulla sventurata Emanuela il polverone mediatico si alzò solo dopo il primo appello pubblico di Wojtyla, 3 luglio 1983.

Sempre dall’intervento di Sua Eccellenza emerge che il Vaticano, pur sapendo che era stata sequestrata la figlia di alcuni suoi abitanti, non avrebbe informato la famiglia e si sarebbe guardato bene anche dall’avvisare le autorità italiane nonostante il dramma si fosse consumato sul loro territorio e lui avesse riportato la telefonata a un funzionario “dell’ispettorato di pubblica sicurezza presso il Vaticano”. Qui si valicano i confini dell’incredulità. Perché la mattina del 23 giugno 1983 Natalina Orlandi, sorella di Emanuela, denunciò la scomparsa della sorella proprio all’ispettorato di pubblica sicurezza presso il Vaticano. E quindi quest’ultimo, se fosse esistita, le avrebbe taciuto la telefonata della sera precedente?!? Meglio proseguire con la nostra disamina.

Viganò ritiene inoltre che “l’Amerikano”, l’indecifrabile telefonista dalla parlata anglofila autore di una duplice e fantomatica trattativa con la Segreteria di Stato Vaticana e la famiglia Orlandi, avesse “inflessioni proprie dei maltesi”. Peccato però che le perizie del SISMI, il nostro servizio segreto militare del tempo, riportate inedite in “Atto di Dolore”, stabilirono come “l’Amerikano” fosse un italiano che fingeva di essere inglese.

Infine, anche la lingua italiana manda in tilt la narrazione dell’alto prelato. Lui parla per l’appunto di “rapimento”. Ma Emanuela Orlandi non fu rapita, bensì scomparve. Perché svanì alla luce del giorno, nell’affollato centro di Roma, dove però nessuno vide una ragazza “portata via con la forza”, come recita il vocabolario della “Treccani” per il verbo “rapire”. Ma sul punto ritorneremo meglio in futuro.

Intanto ci limitiamo a evidenziare l’inattendibilità del racconto dell’arcivescovo lombardo. Una personalità di elevato spessore culturale e intellettuale, che nel 2018 era arrivato a chiedere le dimissioni di Papa Francesco perché reo – a suo giudizio – di aver coperto a lungo gli abusi omosessuali del cardinale statunitense Mc Carrick. A distanza di un anno Viganò riappare in prima linea con queste affermazioni sul caso Orlandi. Perché? E perché l’anno scorso le aveva fatte trapelare in forma anonima, visto che la fake news di questa telefonata era già apparsa sulla stampa nel primo semestre del 2018?

Negli ultimi giorni, da fonti interne le Mura Leonine, ci sono giunte informazioni di un conflitto sempre più acceso tra un’ala favorevole alla politica di Bergoglio, fondata su una Chiesa strumento di Dio, e un’altra interessata solo che la Chiesa mantenga inalterata la sua potenza. Come scrivemmo già due anni fa per la bufala delle cinque pagine, la ribalta di certe notizie può tornare utile anche per fini estranei alla vicenda raccontata. Soprattutto se è una storia verso la quale gli apostolici palazzi hanno sempre mostrato un imbarazzo tanto enorme quanto comprensibile. Perché se su Emanuela Orlandi la verità dovesse saltar fuori, a risentirne non sarebbe una fazione piuttosto che un’altra. Bensì la Chiesa tutta.

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