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Dossier caso Orlandi: cinque anomalie per cinque pagine

 

È vero o non è vero? È la domanda dalle cento pistole sul documento inerente il caso di Emanuela Orlandi uscito nelle ultime ore. Intitolato “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi (14 gennaio 1968)” e datato 28 marzo 1998, l’atto elenca una serie di spese che il Vaticano avrebbe sostenuto per gestire la scomparsa della quindicenne sua cittadina, avvenuta nel pieno centro di Roma la sera del 22 giugno 1983. Da allora non si sono avute più notizie della ragazza e, fin dalle settimane successive la sua sparizione, rivendicazioni anonime, mitomani, disegni, intrighi, “super-testimoni” e documenti più sensazionalistici che sensazionali si sono susseguiti in un’interminabile catena alla quale, ora, si aggiungono queste cinque pagine, sulla cui effettiva bontà mantiene qualche riserva anche chi le ha pubblicate per primo.

Una cautela comprensibile. Perché da una loro lettura emergono almeno cinque anomalie che non possono essere ignorate e che fanno sorgere legittime perplessità sulla loro veridicità.

  • Cominciamo dall’inizio. Il documento è intestato a due alti prelati. L’allora Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede, Monsignor Giovanni Battista Re, e l’allora Segretario per i rapporti con gli Stati, Monsignor Jean Louis Tauran. Ed è proprio quest’ultimo nome a richiamare l’attenzione. Perché è riportato come Jean “LUIS” quando invece, se lo si confronta con la dicitura presente sul sito della Diocesi di Roma – http://www.vicariatusurbis.org/?page_id=202&IDPERS=2012 – si nota che la sua forma corretta è “LOUIS”. Perché questa diversità?
  • A pagina 4, secondo rigo, si nota che i nomi di Camillo Cibin, ispettore generale del corpo di vigilanza vaticana, e di Renato Buzzonetti, medico di Giovanni Paolo II, sono scritti in minuscolo: “commendator camillo cibin e dottor renato buzzonetti”. Perché due personalità di rilievo, in un documento ufficiale, sono riportate come due sostantivi comuni della lingua italiana e in una forma che ai giorni nostri si potrebbe adottare giusto in uno scambio di messaggio via smartphone? Senza contare che Cibin, nella pagina precedente, è invece scritto in forma corretta. E allora perché questa discrepanza?
  • Sempre a pagina 4, più in basso, è citata la Dottoressa “LEASLY Regan”. Ma se andiamo sulla pagina web dell’istituto dove è impiegata – http://www.imperial.ac.uk/people/l.regan – si legge che il suo nome è “LESLEY” e non “LEASLY”. Anche qui, perché quest’errore?
  • A pagina 5, in basso a destra, è riportato il nome di quello che sarebbe l’estensore dell’atto, il cardinal Lorenzo Antonetti, nel 1998 presidente dell’APSA (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica). Manca però la sua firma a mano (cosiddetta “chirografa”), prassi diffusa nei documenti ecclesiastici. Perché?
  • E, dulcis in fundo, perché il dossier, tra l’altro redatto su carta semplice invece che intestata, è privo di un timbro o di un segno di riconoscimento che gli conferisca un briciolo di ufficialità? Agli atti dell’inchiesta giudiziaria sulla scomparsa di Emanuela Orlandi si trovano carteggi fra esponenti del clero che recano simboli o stemmi delle sedi di provenienza delle varie missive. Qui, invece, no. Eppure siamo dentro le Sacre Mura.

Come si può notare, siamo al cospetto di cinque anomalie di una certa rilevanza per un atto che desidera credibilità. Anche perché sarebbe stato scritto da un cardinale. E i porporati, da sempre, sono uomini di elevato spessore culturale. Dunque ci si chiede: può un documento ufficiale, proveniente da un ambiente attento al minimo dettaglio come il Vaticano e da una personalità di simile levatura, contenere errori così grossolani? O forse dobbiamo contemplare altre ipotesi, fra le quali anche quella che le eminenze si avvalgano, come scribi per i loro atti, di mestieranti che al massimo hanno la terza elementare e non sono bravi nemmeno a copiare?

Se si vuol dare un contributo effettivo alla causa di Emanuela Orlandi mediante questo scritto, occorre fugarne le “stranezze” e accertarne l’effettiva natura. È attendibile oppure è l’ennesima puntata di un’interminabile intossicazione informativa? E anche qualora fosse un falso, se ne dovrebbe comunque ricostruire la genesi per capire nell’interesse di chi sia stato prodotto. Perché anche questa strada, seppur muova in direzione contraria rispetto la logica comune e ricordi Colombo che volle raggiungere le Indie da Occidente invece che da Oriente (come ho scritto in Atto di dolore nel capitolo sui depistaggi della vicenda Orlandi), può condurre alla verità.

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