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Resistenza quotidiana: la morte è l’ultimo tabù che ci è rimasto

 

L’ultimo tabù che ci è rimasto è la morte. In questi ultimi giorni a molti sarà venuta in mente con quel suo fare e disfare che porta con sé la perdita e il dolore, la mancanza e l’assenza. Ho letto, come ogni anno, articoli di giornale, commenti o libri usciti a ridosso del 2 novembre, proprio sul tema. “Io vorrei ricordare il morire…”  a scriverlo era Leonardo Sciascia a cui, non a caso, l’Espresso di questa settimana dedica qualche pagina.

Nonostante di morte si scriva è difficile trovarne tracce nei discorsi quotidiani se non con dose di disagio a corredo. “Cambiamo discorso, subito!” penserà affannato il cervello accortosi dell’immenso imbarazzo creato. Così la trovata pubblicitaria ormai scontata di far uscire il libro o il commento dell’esperto sull’argomento in questi primi giorni di novembre non fa che premere sull’emotività del sopravvissuto e sulla sua vulnerabilità. La morte non ha limiti di decoro, esiste già nella vita e non frena i suoi impulsi. La vediamo comparire negli spot, nelle campagne di raccolte fondi, nei telegiornali, nei film, nei videogiochi, la viviamo e ci assale per la strada, eppure nei discorsi resta intrappolata in una rara forma di confidenza.

Chi ne parla in pubblico può farlo attraverso un saggio breve con rimandi storici o religiosi, approfondendone i casi “più tipici” e concentrandosi sui sintomi di chi resta dopo (parentesi a parte: in questi manualetti, da prendere con le pinze se non scientificamente comprovati, anche la sola melancolia causata dalla morte diventa stranezza e malattia), oppure c’è chi tenta un approccio di aiuto terapeutico. Peccato che non si possa aiutare chi non vuol essere aiutato. Se è vero che presumibilmente il morto accetterà la propria morte, il discorso cambia e spesso si inasprisce se ad accettare la morte deve essere chi la persona cara e defunta l’ha assistita. Il sopravvissuto ha un trauma che grava su di sé quanto la morte stessa ed è per di più aggravato dalla volontà sociale e collettiva di rinunciare a parlarne tramite concrete forme di aiuto, essendo spesso invisibile agli occhi di chi guarda.

In un presente iperattivo chi ha più tempo per fermarsi ed empaticamente stare ad ascoltare? Al vuoto interiore dunque si aggiunge il vuoto prossemico, ovvero quello che sta al di fuori di noi e che, per mancanza di cura e di dialogo, si distanzia. Anche se sul territorio nazionale esistono gruppi di auto aiuto messi a disposizione da fondazioni e associazioni private, il sopravvissuto non è un’entità astratta ma è una persona e come tale può non voler condividere con gli altri il proprio dolore: di questa scelta lo Stato dovrebbe prendersi cura invece di comparire a giorni alterni (soprattutto) su questioni legate all’aborto e al fine vita. Non è raro vedere lo Stato, nella persona di un leader inquisitore, contrastare con forza le decisioni altrui su temi che ritiene amorali, eppure con la medesima estrema facilità non rammentare gli orfani di guerra e i parenti delle vittime di strage. Sembra uno Stato ripiegato da un deficit di memoria, colto nelle parole ma barbarico nelle azioni e che non distingue più il diritto al dolore dalla violenza del lutto.

L’obiezione più comune potrebbe essere che è difficile stare accanto a una persona in lutto. È vero, ma pensate a quanto possa essere complicato ritrovarsi incatenati nella lunga elaborazione del lutto che a differenza di quanto indica il Manuale Diagnostico, DSM, ha una durata variabile a seconda della persona e del tipo di lutto. D’un tratto smarriti, chiediamo che il nostro silenzio sia ignorato oppure che sia intuito. L’onda d’urto della morte, anche volesse avvertire, investe senza molte premure. Chiunque trovi la forza di resistere e di continuare ad esistere dovrebbe meritare, a mio parere, più attenzione. Un rispetto negato a priori se ci è concesso parlare di morte, con naturalezza e senza turbare l’animo altrui, solo in questi giorni di novembre. La società dovrebbe fungere da rete di protezione, ma non parlandone si produce l’effetto contrario e si lascia che la morte infranga lo spazio, la comunicazione e le relazioni interpersonali. Il dubbio che parlandone essa si annulli è infondato, ma i pensieri ad alta voce e i racconti possono sgretolarne le funzioni distruttive. Chiunque abbia fede si consolerà con le parole di Dio, ma non possiamo differenziare il dolore solo sulla base del credo spirituale. Il rituale che viene a formarsi e a confezionarsi all’interno delle nostre abitudini quotidiane, quel gioco mnemonico su cui facciamo affidamento per non soccombere, aiuta ad andare avanti nell’ignoto del futuro e nel non conosciuto.

Ripensandoci ora mentre scrivo forse non è la morte in sé a spaventare i più, ma è il suo intrinseco divenire: questo processo di resa (di colui/colei che morrà) e di lotta (di colui/colei che vivrà anche dopo). In questo modo la morte non è un atto finito, ma continuando nelle memorie degli altri fa rinascere la vita e non termina. Scopriamo di saper vincere la morte con il ricordo ma non con il tempo né con lo spazio. Possiamo non dimenticare i profumi, le parole, il gesto delle carezze, ma non riusciamo a trattenere a lungo i suoni, le voci e i lineamenti fisici. Essi pian piano svaniscono e a questo smarrimento, lacerato e amplificato dalla mancanza di comprensione, fa ricorso la smania compulsiva di estendere la memoria agli altri, alla città e a nuove realtà: i genitori che hanno perduto i propri figli in seguito a malattie o ad incidenti stradali creano fondazioni in loro nome, seguono corsi per la divulgazione scientifica, raccolgono firme per la ricerca e per l’approvazione di nuove leggi; i figli ricercano sé stessi e mentre camminano insicuri raddrizzano la schiena tentando di offrire ai propri morti un riscatto meno impervio; le mogli e i mariti, in principio rallentati, se non portano il lutto nell’abito lo portano certamente nel cuore.

I sopravvissuti alla morte, quando inferta da vicino, non fingono neanche di salvarsi. La luce spenta negli occhi ce l’hanno tutti, ma il problema sta in quel che rimane della vita dopo perché da dentro cambia ogni cosa e te ne accorgi solo quando ormai sei caduto implorando grazia e riconoscimento per il caro defunto. Come se la pena dovesse farsi valere. Così accade che in questa civiltà mentre ogni mattina si cerca il senso di quanto accaduto, nell’ipotesi la guarigione, se quando ne parli chiedi aiuto vieni etichettato, giustificato solo in un interesse circoscritto da chi allo stesso modo ha subito un lutto e non vi ha potuto opporre resistenza.

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