Ricordando Carlo Croccolo. L’altra “voce” di Totò

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Voglio, devo essere sincero. Specie da giovane, più che lavorare mi serviva guadagnare…ero spendaccione e amavo la bella vita. Il cinema me ne diede modo ed io gli sono grato…

L’arte di ricomporsi, di ‘carburare’ per la scena o il ciack in pochi minuti, di dare il meglio di se stesso sia da caratterista, sia da attor giovane (in “Miseria e Nobiltà”) -e, con gli anni, poi, da grintoso e loquace ‘grande vecchio’, dotato di saggezza scenico-esistenziale, suscettibile quanto basta, ma non pedante o sussiegoso. Questo (e probabilmente tanto altro) è stato Carlo Croccolo, uno fra gli ultimi, basici  protagonisti dello spettacolo italiano del secondo ‘900, impulsivo e dispersivo (nei suoi anni verdi) quel tanto da renderlo inviso e ingombrante a una certa élite del cinema d’autore e di engagement “lottizzata” (dai partiti politici).

Scrupoloso edonista e meticoloso scialacquatore delle proprie sostanze non solo materiali (sinchè gli fu possibile: poi seppe smettere), l’attore napoletano, scomparso nella città natale a 92 anni,  ha attraversato non indenne, ma con esuberanze alternate a defilate discrezioni (“svernando i Canada, dove producevo documentari”- ebbe a confidarmi circa trent’anni fa), quasi settant’anni di cimento e confronto con ogni genere di pubblico e interlocutori, forte di una tempra e di un’ironia dissacrante, ove una forte dose di egocentrismo, di autostima correvano in soccorso delle sue momentanee defaillances  dissipatorie.

Fatto sta che – nella sua  carriera- Carlo Croccolo (che esordì nel 1950, interpretando cinque film in un anno, a partire da “I cadetti di Guascogna di Mattoli) è stato asse portate di oltre centodieci film e memorabili spettacoli teatrali. In particolare: cameriere, cuoco, cocchiere e maggiordomo di Totò ogni qual volta il Principe aveva da immortalare ruoli di tirchio o di nobile squattrinato. Qualche esempio: era Croccolo l’imbambolato  il cameriere Gondrano di “47 morto che parla” (1951), il maggiordomo Camillo di “Totò lascia o raddoppia? (1956), il Battista di  “Signori si nasce” (1960). Essendo contemporaneamente formidabile doppiatore ed imitatore di altrui tonalità (‘voce nell’ombra’ anonima e indispensabile), “venendo in soccorso” di  Oliver Hardy (in sostituzione di Alberto Sordi) – e  arrivando poi  a dare fiato, in alternanza di dialogo “per voce solista”,  entrambi i personaggi di Stanlio e Ollio.  Preposto  inoltre,  a partire dal 1957, a sostituire  il maestro De Curtis, quale “unico doppiatore autorizzato dallo stesso Totò”:  sua, ad esempio, è l’irresistibile performance degli scapestrati  Galeazzo e Laudomia di Torrealta in “Totò diabolicus” (1962). E dello stesso interprete in alcune sequenze de “I due marescialli”, cui va aggiunta l’enfasi affannata di Vittorio De Sica (ovvero “del” sapiente Croccolo) nel movimentato finale alla stazione ferroviaria.

Eclettico, volitivo, a suo agio sia nei ruoli comico-grotteschi sia in quelli da dramma borghese (fu un effusivo, ‘implacabile’  prof. Toti In “Pensaci Giacomino” di Pirandello, per due stagioni al Ghione di Roma),  l’attore ebbe a teatro registi di rango:  diretto da Giorgio Strehler nella prima edizione non eduardiana de  “La grande magia”,  scritturato poi  negli allestimenti  di Garinei e Giovannini “Rinaldo in campo” (edizione del 1987 con Massimo Ranieri), dov’era un ufficiale borbonico- e “Aggiungi un posto a tavola” (con Johnny Dorelli) nel ruolo del sindaco pomposo  (edizione del 1990). Per ultima, la fiction televisiva, nel ruolo del saggio pescatore (e ‘faticatore’) Totonno,  lungo il serial che omaggiava “Capri”. A sua volta insignito del riconoscimento di cui più andava orgoglioso: il David di Donatello, quale migliore attore non protagonista, assegnatogli nel 1989 per la partecipazione a “O’ Re” di Luigi Magni.

Carlo Croccolo è stato un grande artista «di straordinario talento per tutta la sua lunga e straordinaria vita», scrivono  i suoi familiari dando l’annuncio della scomparsa sulla sua pagina Facebook. Con i surreali Aldo, Giovanni e Giacomo che sottolineano “Arrivederci suocero!” come in effetti ‘era stato’ nella ilare simulazione di  “Tre uomini e una gamba”. Qualità su cui nessuno  dubiterà.  Ma che dovrebbero, in sede di critica e consuntivi, ridare sprone alle ricerche analitiche, e doverose ricognizioni, attinenti i maggiori (e ignorati) comprimari di quella società dello spettacolo che ha contribuito a ‘ingrandire’ cinema e teatro italiani dello scorso secolo. Da Enzo  Garinei a Giacomo Furia, da Tina Pica ad Ave Ninchi, da Carlo Taranto ai Fratelli Maggio…C’è lavoro per tutti, ma qualcuno dovrà darvi  inizio.


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