Francesco Fortugno, vittima del sistema Calabria

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Mandanti ed esecutori sono stati assicurati alle patrie galere con sentenze definitive, ma la storia dell’omicidio di Francesco Fortugno, il 16 ottobre del 2005, ha anche un altro risvolto: l’ambientazione sociale in cui è maturato. Siamo nella locride, territorio della provincia di Reggio Calabria, in una regione, la Calabria, in coda a tutti gl’indici economici e sociali europei. Un dato su tutto rende palese il contesto: durante la fase più acuta della crisi economica della Grecia il Pil calabrese era al di sotto della penisola greca e da allora ha continuato la sua discesa senza arrestarsi.

Francesco Fortugno era una brava persona. Laureato in Medicina aveva iniziato a muovere i primi passi in politica nella Democrazia Cristiana. Entrato in consiglio regionale nel 2001, dopo la surroga dell’ex presidente della regione Luigi Meduri eletto deputato al parlamento, nelle elezioni del 2005 entrò in Consiglio con un notevole numero di preferenze nella lista della Margherita, con candidato presidente Agazio Loiero. Per lui si spalancarono le porte della vice presidenza del Consesso Regionale.

Ma fu dopo quella elezione che maturò la volontà da parte della criminalità organizzata di eliminare Fortugno, per permettere l’ingresso del candidato sostenuto dall’organizzazione. Questo è quanto stabilito dalle sentenze. L’azione fu eclatante: l’omicidio si consumò all’interno della sezione del partito dove erano in corso le operazioni di voto per le primarie del centrosinistra, che avrebbero incoronato, a livello nazionale, Romano Prodi come candidato alla Presidenza del Consiglio

Subito dopo l’omicidio ci fu una reazione da parte della gente, quasi una nuova edizione della rivoluzione delle lenzuola bianche di Palermo, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Un movimento popolare che coinvolse anche le scuole. Nacque l’associazione “Ammazzateci tutti” con tanti giovani che non volevano rassegnarsi allo strapotere mafioso, che ebbe risalto mediatico grazie alle numerose apparizioni televisive di alcuni suoi esponenti, movimento-meteora che qualche anno dopo chiuse i battenti, mediaticamente, tra le polemiche. Così come finirono altre associazioni antimafia nate sul territorio, chiuse tra contrasti e vicende giudiziarie, quest’ultime legate ai finanziamenti ottenuti.

In Calabria puoi trovarti sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato e l’elezione di Fortugno avvenne, purtroppo per lui, nel momento sbagliato. Fortugno faceva parte di una storica famiglia politica, lontano da interessi economici su cui un sistema di ‘ndrine, massoneria deviata e politica ha sempre allungato i propri tentacoli. La sanità che da decenni assorbe risorse per oltre il 70 per cento del bilancio regionale è stata sempre al centro delle principali inchieste della Dia che hanno fatto emergere il “sistema Reggio” o il “sistema Calabria”. Una sanità dove ancora si muore di parto, considerata come “passerella” ‘per raccogliere voti clientelari, che drena risorse pubbliche per agevolare il privato.

Un sistema politico-‘ndranghetista-massonico che ha distrutto intere generazioni, la ”meglio gioventù” calabrese, costretta ad emigrare per non soccombere. Nulla è cambiato, nella regione, dopo il suo omicidio. Anzi, ulteriori elementi di preoccupazione arrivano dalla continua disaffezione al voto: sempre meno calabresi si recano alle urne, come se la sfiducia avesse oltrepassato il punto di non ritorno. Ricordare Fortugno, oggi, vuol dire mettere sotto i riflettori questo scenario, forse l’unico aspetto positivo.


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