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Elisa non ha provocato la sua morte: Sebastiani è il suo assassino, un violento che la voleva come un oggetto

 

Adesso è chiaro, il processo è già stato fatto e grazie al nostro grande giornalismo d’inchiesta è emerso che la vera responsabile della morte di Elisa Pomarelli non è altro che lei stessa: una donna di 28 anni che ha provocato il suo decesso per il suo comportamento verso il suo assassino, un amico che voleva essere il suo fidanzato ma che è stato rifiutato da lei perché, oltretutto, era anche lesbica. Una sentenza già confezionata dai giornali che hanno insistito in maniera unanime sulle lacrime del povero Massimo Sebastiani che ha esordito con una confessione dove il pentimento per la sua azione dettata solo da un amore non corrisposto, è stato messo in risalito più della gravità del crimine stesso. Titoli che indugiano su ossessione, raptus di follia e sulle lacrime dell’assassino, e articoli che addirittura empatizzano con l’uomo descritto come un sempliciotto dalle mani grandi che balbetta e si esprime a gesti: un criminale che in realtà ha ucciso senza scrupoli una donna, sua amica, strangolandola e occultandone il cadavere per poi nascondendosi nel tentativo di sfuggire alla legge. Un uomo in realtà violento e pericoloso ripreso in un video pubblicato sulla Libertà dove spacca un armadio recriminando un potere su quella donna come un oggetto tra le sue mani che se non può essere suo, non deve essere di nessuno.

Ieri si è consumata così una delle pagine più vergognose del giornalismo italiano: dai giornali locali fino a Repubblica e Messaggero, la quasi totalità dell’informazione ha solidarizzato con l’assassino che si è macchiato di un femminicidio in piena regola: una dinamica in cui la donna-oggetto (Elisa) che sfugge al possesso del maschio (Massimo), che non vuole se non come amico, viene punita con la sua soppressione fisica senza che questo però provochi un vero sdegno nell’opinionista ma neanche un’oggettiva descrizione dei fatti da parte del cronista che addirittura simpatizza apertamente con chi l’ha uccisa, ribattezzato addirittura “Gigante buono” da un quotidiano non degno di questo nome.

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E allora perché ricamare sopra un amore non corrisposto facendo presa su stereotipi così pericolosi, legati a una quanto mai inopportuna subalternità femminile? Nessuno che abbia usato la parola “violento” per descrivere lo spaccarmadi, nessuno che abbia solidarizzato con Elisa che aveva tutti i diritti di frequentare un amico e di respingerlo senza per questo pensare di dover morire, nessuno che si sia fatto scrupolo di mettere in prima pagina la foto dei due insieme sorridenti e felici come se nulla fosse.

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Elisa uccisa perché amava le donne;

Era profondamente innamorato;

Il gigante buono e quell’amore non corrisposto;

sono alcune delle perle raccolte nei titoli di giornali che praticamente hanno accusato Elisa di aver provocato la reazione di un uomo respinto che per troppo amore ha ucciso la donna che “non poteva avere”. Una vergogna che ha raggiunto l’apice in Rai dato che al Tg2 è andato un onda un servizio con il seguente commento giornalistico: “L’uomo ha detto di essere distrutto, che la sua vita è finita con quella di Elisa. Il corpo è stato trovato coperto da una coperta in segno di pietà. L’uomo non è andato mai via dal luogo in cui ha portato il corpo della donna, tutti i giorni andava a trovarla e le parlava.” Parole che rendono questi giornali complici di questi femminicidi che vengono descritti come reati marginali perché dettati da gelosia, raptus o amore, dove l’assassino viene dipinto come un uomo disperato che non poteva evitare di commettere quel crimine quando qui è chiaro che i sentimenti non c’entrano assolutamente nulla perché chi ama non uccide. E questo perché nel profondo è insito e ben fermo che l’uomo ha sempre delle ragioni, mentre la donna no, neanche quando è vittima di una furia omicida.

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Una rivittimizzazione grave che avviene ancora dopo anni di formazione fatta in tutta Italia dallo stesso Ordine dei giornalisti e dagli Odg regionali, su concetti spiegati a grandi lettere nel Manifesto di Venezia e in una miriade di articoli, saggi, convegni, libri, recuperabili ovunque da qualsiasi collega che si voglia documentare su quello che va a scrivere. Giornalisti che non possono più nascondersi dietro una presunta ignoranza perché allora sarebbero fuori dal mondo, e che ormai non possono più esimersi dal prendersi la responsabilità di quello che scrivono e del dolore che provocano sia alle sopravvissute che ai familiari di chi viene uccisa.

A questo punto, oltre la formazione che evidentemente non basta, forse bisognerebbe creare una sezione all’interno della commissione di disciplina dell’ordine dei giornalisti su questi argomenti e un canale privilegiato in cui si possano segnalare questi articoli procedendo speditamente alle dovute sanzioni.

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