La seduta in Senati era quasi finita martedì 21 aprile, poi Walter Verini l’ha salvata per i capelli e ha fatto un intervento che parla di Mimmo Rubio, dei giornalisti italiani e di una certa leggerezza insostenibile verso la condizione dei cronisti in Italia. “Parlo di un argomento che possa interessare quest’aula, non solo me. – ha detto Verini – Poche ore fa è stata comunicata la cessazione del servizio scorta a un giornalista, Mimmo Rubio, dalla Prefettura di Napoli; lui è di Arzano, comune 3 volte sciolto per mafia anche grazie alle sue inchieste; dal 2020 aveva scorta per le minacce ricevute; in quel territorio da inizio anno ci sono stati due omicidi di camorra e sono in corso in queste settimane i processi su sue denunce verso boss di camorra, riconosciuti mandanti delle minacce nei suoi confronti. Ebbene, in questo contesto gli viene tolta la scorta perché non sussisterebbero pericoli”.
Non serve aggiungere molto altro, dopo queste parole la seduta del Senato si è chiusa e l’allarme lanciato da Verini avrà raggiunto poche decine di persone in un Paese in cui tutti sostengono che la libertà di stampa è essenziale ma poi pochissimi sostengono anche la libertà dei giornalisti. Anzi, vengono sfornate a ripetizione leggi bavaglio, non viene applicato l’Emfa e solo il Presidente della Repubblica, con gli organismi di categoria, se ne preoccupa.
Pochi giorni prima della revoca della protezione personale a Mimmo Rubbio sono diventate pubbliche le minacce ad un altro giornalista che scrive di camorra, Nello Trocchia. E messe insieme le due storie sono lo specchio del “caso Italia”, di una condizione drammatica (sì, drammatica) dei giornalisti, soprattutto quelli che raccontano storie scomode e commistioni tra potere politico, economia e criminalità organizzata. Non scandalizza l’opinione pubblica (generale) e non mobilita tutto il Parlamento, questo dice molto.
