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L’immaginario in gialloverde

 

A un certo punto, in “Finale di partita” di Samuel Beckett, Clov esclama: “Ci sono tante cose terribili”; ma Hamm replica: “No, no, non ce ne sono più tante”. A seguire i lavori del senato, ne viene una triste conferma.

Dopo il voto di fiducia sull’illiberale provvedimento chiamato “Sicurezza bis”, è stato approvato in terza lettura il decreto legge del 28 giugno n.59, dal titolo “Misure urgenti in materia di personale delle fondazioni lirico- sinfoniche, di sostegno del settore del cinema e audiovisivo…”. Peggio di così. Ovviamente, di fronte al pericolo delle gesta di Salvini il resto può sembrare meno grave. Tuttavia, il testo firmato dal ministro Bonisoli è davvero sgradevole e insidioso. Ci si era già occupati del tema nella stessa rubrica del 10 luglio scorso, quando l’iter parlamentare era appena iniziato e si sperava in un ripensamento. Purtroppo, niente di tutto questo. Anzi. E’ calato un silenzio imbarazzante.

Uno dei punti cardine del decreto riguarda la storica questione dell’obbligo per le piattaforme diffusive di produrre e trasmettere in misura significativa opere italiane ed europee. E’ un tratto cruciale dell’identità di un grande movimento culturale, che dopo la prima direttiva europea “Tv senza frontiere” del 1989 riuscì ad imporre agli stati nazionali un quadro giuridico atto a riequilibrare almeno in parte il vero e proprio saccheggio fatto dalle televisioni ai danni del cinema, cannibalizzato per riempire i palinsesti. Le “quote” sono diventate e sono un elemento chiave per la tutela e lo sviluppo dell’industria culturale. Qual è la trovata del governo gialloverde? Rinviare ancora l’attuazione di un obbligo che, rispetto all’età mediale precedente, andava se mai aggiornato. E c’era riuscito, a dire il vero, l’ex ministro Franceschini, cui si deve un ottimo articolato, il decreto legislativo del dicembre 2017, previsto dalla riforma del 2016. Tutto ci si poteva aspettare da un ministro a 5Stelle, salvo che una così mediocre manovra di rinvio. La seconda, dopo quella della passata legge di bilancio. E, dunque, appuntamento al 2021. Ma, come recita il proverbio, non c’è due senza tre. Aspettiamoci un’altra sorpresa, aiutata dal torpore generale e dall’assenza di dibattito pubblico. Si sfoglino le rassegne stampa e si verifichi l’entità notiziale dell’argomento.

Naturalmente, nel beatificare dopo il voto senatoriale il “suo” testo, Bonisoli si è ben guardato dallo spiegare i motivi del rinvio, lasciato alle pieghe dell’articolo 3. Non solo. La discussione parlamentare, sempre ad opera della maggioranza, ha persino peggiorato la già debole proporzione stabilita nell’affidamento delle risorse pubbliche immaginate dalla legge n.220 del 2016 per la produzione di film e audiovisivi meno soggiogati dalle logiche mercantili. Quindi, sarà a maggior ragione impervio produrre prototipi creativi e soggetti di alta qualità culturale. Le poche società che dominano l’immaginario in sala e in televisione continueranno imperterrite. Con esiti, basti vedere i dati dei botteghini.

L’articolo 1 sulle fondazioni lirico sinfoniche è stato sì ritoccato, soprattutto nel passaggio della camera dei deputati. Rimane, però, un retrogusto molto amaro. In luogo di una seria e attesa riforma si gioca con il precariato, modello imperante, per risparmiare sui costi spesso fuori controllo che hanno ben altre cause. E sarebbe una delle eccellenze italiane, presa a calci.

Si approssima la mostra del cinema di Venezia. Dopo le sconcertanti scelte di questi giorni e dell’autunno, com’è triste Venezia, soltanto un anno dopo.

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