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Giornalisti aggrediti a Roma, il racconto di Rory Cappelli. Perché manca la tutela dei cronisti-lavoratori

 

Quando i giornalisti sono arrivati al parco degli Acquedotti, sul luogo in cui c’era il cadavere di Fabrizio Piscitelli , l’ex capo della tifoseria della Lazio, erano passati circa 30 minuti dall’omicidio. Tra i primi ad arrivare Rory Cappelli di Repubblica e il fotografo Angelo Franceschi, insieme a Riccardo De Luca. Dopo poco sono arrivati Simona Berte Rame di Fanpage, Carlo Lannuti, Annalisa Perla, per Mediaset. Erano tutti lì per un fatto di cronaca importante, il nome della vittima è uno di quelli che contano nella Roma del narcotraffico. Nei primi minuti si lavora come da prassi nei delitti di un certo calibro ma quello che accade di lì a poco non è mai successo prima ai cronisti della nera nella capitale. All’arrivo dei parenti e degli amici di Fabrizio Piscitelli, conosciuto come Diabolik, si scatena la “caccia al giornalista” con insulti, aggressioni, minacce gravissime e spintoni, una telecamera vola e l’aria si fa pesantissima. Di lì a qualche minuto sono sul posto i giornalisti della Rai che cominciano a filmare.

Ecco come Rory Cappelli racconta la sequenza: “All’inizio eravamo pochi cronisti e stavamo raccogliendo informazioni sulla vittima e sull’ordine degli eventi, sull’identikit dell’assassino. Insomma tutto da prassi. Poi è arrivato il fratello di Piscitelli, che ha raggiunto il corpo e ovviamente si è vista una scena di dolore. Le telecamere erano lì e riprendevano. E’ stato in quel momento, e intanto si era fatto buio, che gli amici della vittima si sono scatenati. ‘Ve ne dovete anna’ hai capitooo, venimo qua in 2-300 e vedi che te famo’… E’ stato veramente brutto, un momento di alta tensione e paura, perché sappiamo qual è l’ambiente. Un fotografo si è avvicinato a uno degli ultrà amico della vittima e gli ha detto che stava lì per lavorare, si conoscevano di vista probabilmente per le cronache delle partite. Ma il clima non è cambiato. Tutto questo mentre cercavamo comunque di continuare a fare il nostro lavoro”. Eccolo il tassello che manca a questa orribile storia di cronaca nella cronaca. I giornalisti aggrediti sul luogo dell’omicidio, non un delitto tra tanti ma un caso che potrebbe scatenare una guerra nel narcotraffico a Roma, stavano “solo” lavorando, erano dei lavatori aggrediti durante il servizio. Non capita ad alcuna delle altre categorie, tranne ai giornalisti. Le aggressioni sono il frutto di un clima di odio e di caccia alle streghe sdoganato a livelli altissimi della politica italiana e dunque fatto proprio a livello più basso e grezzo, negli ambienti della criminalità e del traffico di droga. Gli insulti e le violenze fisiche contro i giornalisti sono sempre più frequenti, la regione Lazio detiene un suo triste record in aumento costante da quattro anni. La cronaca nera a Roma è un percorso ad ostacoli: i giornalisti sono stati aggrediti con lancio di oggetti, inseguimenti e insulti durante i recenti arresti del clan Casamonica, sono stati insultati in aula durante il processo Mafia Capitale, denigrati e additati dalla difesa degli imputati, ma aggressioni sono avvenute anche nella cosiddetta “cronaca minore”, per esempio per un servizio sui barboni alla stazione Termini, vilipesi nel corso dei servizi sulle indagini riferite al Comune di Roma e al sindaco. La città di Roma è diventata inagibile nei luoghi della cronaca anche ordinaria, prevedibile, dunque, quanto è accaduto al Parco degli Acquedotti. Ma allora perché nessuno ha cercato di tutelare quei lavoratori, professionisti cui, di fatto, si è cercato di impedire l’esercizio delle loro funzioni. E’ poco? E’ scandaloso? E’ possibile che chi si occupa di sicurezza pubblica non tuteli la sicurezza di questi lavoratori? Sì lo è in un Paese dove i cronisti sono figure fastidiose. Ed è questo il nostro Paese, adesso.

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