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“Etnicizzare” la notizia. Le cattive abitudini dell’informazione

 

Correva l’anno 1997, Capriolo (Brescia), 19 aprile: “Violentano una donna, torturano il marito”. “Due banditi fanno irruzione in un’abitazione. I banditi slavi o albanesi tentanto di violentare la moglie”; “I leghisti sono scesi sul piede di guerra chiedendo maggiori controlli sugli stranieri”. Pochi giorni dopo, la smentita: “Non erano gli slavi, non erano albanesi ma l’amante sorpreso dal marito della donna”.  

Correva l’anno 2001, Novi Ligure (Alessandria), 22 febbraio: “Madre e figlio uccisi da una banda di ladri: slavi o albanesi, di sicuro sono stranieri”; “Qui ci vuole la pena di morte”; “Gli abitanti puntano il dito sugli immigrati: sono loro”. Pochi giorni dopo, la smentita: “Gli immigrati non centrano nulla: il delitto è stato compiuto dalla figlia e dal suo fidanzato”. 

Correva l’anno 2006, Erba (Como), 12 dicembre: “Strage a Erba nel comasco, un tunisino di 25 anni pregiudicato ha accoltellato a morte la moglie, il figlio e sterminato la famiglia”; “Massacro in famiglia: si cerca il convivente della donna, marocchino, scarcerato con l’indulto”; “Il suo nome è Azuz Marzuk, responsabile degli omicidi”; “Bisogna mandarli via tutti, dal primo all’ultimo”. Pochi giorni dopo, la smentita: “Gli autori della strage, sono i vicini di casa, Olindo e Rosa Romano”. 

Corre l’anno 2019, Roma, 26 luglio: “Zona Prati, a Roma, dopo il furto un’estorsione, il ladro reagisce e colpisce a morte il Vice-Brigadiere Cerciello Rega: si tratta di due maghrebini”; “Vice brigadiere accoltellato da un maghrebino, si cercano i due nordafricani scappati a piedi”; “Caccia a due nordafricani che hanno ucciso per 100 euro e un cellulare”; “Alti, di origine nord-africana, uno con le mèches e l’altro con un tatuaggio sul braccio, indossano jeans e felpe: ecco l’identikit”.  Poche ore dopo vengono arrestati due cittadini americani, presunti autori dell’omicidio.

A distanza di trent’anni dal lontano 1997, cambiano i protagonisti, non più “salvi” e “albanesi” ma “nordafricani” ma permangono alcune – cattive – abitudini nell’“etnicizzare” la notizia. Non ovunque, vi sono articoli e servizi televisivi in cui vengono usati avverbi come “probabilmente” e “forse”. 

Come ha scritto pochi giorni fa il linguista Federico Faloppa “resta un vizio molto italiano, che non trova riscontri nella stampa di molti paesi europei, e che produce non solo pessima informazione, ma anche la tendenza a generalizzare ed etnicizzare un crimine, contro ogni logica e norma giuridica” (https://www.cartadiroma.org/news/il-sonno-della-ragione-produce-mostri/). 

Anche quando presentata come ipotetica, l’appartenenza nazionale – o alla comunità di origine – tende a essere presentata come unica chiave di lettura dei fatti e rischia, di conseguenza, di alimentare, stereotipi e pregiudizi. 

Nel 2008, l’intento dei fondatori della Carta di Roma (codice deontologico per i giornalisti) era proprio quello di fornire regole semplici da seguire indipendentemente da ciò che si pensa dell’immigrazione e degli immigrati, per evitare la diffusione di stereotipi, via di accesso a discriminazione e odio. La sua forza era – ed è – proprio di porsi come “un codice di regole che può essere facilmente rispettato anche da quanti hanno una visione politica addirittura ostile agli immigrati”. 

Il rispetto della Carta di Roma ha poco a che fare con il “giornalismo buono” e il “politicamente corretto”. Ha molto a che fare con alcune delle regole alla base del buon giornalismo: l’accuratezza e la correttezza dell’informazione, la verifica delle fonti, la precisione delle notizie (https://www.cartadiroma.org/cosa-e-la-carta-di-roma/linee-guida/). 

In una fase in cui il tema dell’immigrazione, in modo strutturale e continuo, risulta al centro del dibattito mediatico e politico, è quanto mai cruciale verificare le fonti, riportare le informazioni in modo completo e accurato, evitare di creare “falsi allarmismi”. Come ha sottolineato Valerio Cataldi, giornalista e Presidente della Carta di Roma, all’indomani della “caccia ai nordafricani” per l’omicidio del carabiniere a Roma, “una parte dell’informazione televisiva ha offerto una convergenza tra linguaggio giornalistico e linguaggio politico centrata su elementi che, almeno per i giornalisti, dovrebbero essere secondari, come la provenienza del presunto assassino”.

Un tema – quello migratorio –che genera polarizzazioni, che divide e che “costringe” a prendere una posizione, anche all’interno delle stesse redazioni giornalistiche. Rispettare la Carta di Roma non significa essere neutrali rispetto a un evento relativo all’immigrazione ma riportare le voci dei protagonisti e degli esperti, inserire i dati, restituire la complessità del reale e la verità sostanziale dei fatti, illuminare le realtà poco conosciute. 

Pochi giorni fa nel comune di Fossano, in provincia di Cuneo, il Sindaco racconta di essere stato costretto a chiudere la fontana appena inaugurata dopo aver visto “donne nomadi di origine sinti che si facevano il bidet alla fontana […] siccome si tratta di acqua che scorre con il sistema del riciclo si tratta di una questione sanitaria”. Una breve di cronaca che viene ripresa da un quotidiano nazionale e che circola rapidamente sul web. Un fatto che, in assenza di ulteriori contestualizzazioni, genera diffidenza e discriminazione. Pochi giorni dopo sempre nel Comune, giornalisti ed esponenti di associazioni, raccontano di una parziale smentita, non si sarebbe trattato di donne sinti ma di bambini che giocavano e si lavavano con l’acqua. La notizia, nel frattempo, è uscita dai confini dei media tradizionali ed entrata nei social, maggiormente permeabili a manifestazioni di odio e intolleranza, con insulti e accuse generiche a tutte le donne rom e sinti.

Quanto accade alla Open Arms, in mare da dodici giorni con centinaia di persone a bordo, e alla Ocean Viking con oltre 500 persone a bordo, è nelle pagine on line di molti quotidiani. Entrambe le navi in attesa di un approdo. 

Nel frattempo, nel silenzio mediatico, in assenza di un coinvolgimento di navi di Organizzazioni Non Governative,  sono 285 le persone arrivate in Italia via mare dal 2 al 12 agosto (Fonte: Ministero degli Interni, Cruscotto statistico giornaliero). Si apprende, guardando i dati, che il secondo paese di provenienza, negli arrivi nel 2019, è il Pakistan, con partenze soprattutto dalla zona del Punjab. Si scopre, così, che in Italia la comunità Sikh (che proviene dal Punjab) è molto radicata in alcune zone di Italia, che è impegnata nel settore agricolo-caseario, che è ritenuta affidabile e competente e che, nello stesso tempo, è vittima di sfruttamento lavorativo. Altre vicende che si intrecciano e che contribuiscono a restituire la complessità dei fatti. 

Si può anche scegliere di raccontare che la Federazione delle Chiese Evangeliche Valdesi e la Tavola Valdese sono pronte a un’accoglienza immediata delle persone a bordo della Open Arms, proponendo una soluzione solidale e pragmatica per l’approdo sulle coste italiane della nave. 

Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare la cornice del sospetto e delle accuse calate sull’operato delle Ong, di promuovere una delegittimazione dei soggetti coinvolti nelle operazioni di ricerca e salvataggio in mare, e dunque una condivisione della politica dei respingimenti via mare.

“Devo dirti di quando sono passato dallo Stato di Necessità. È successo così per colpa di un’urgenza. Brutto, lo stato di necessità. Necessario però ci voleva proprio. Nessuno nello Stato di Necessità ha possibilità di scelta. È uno Stato affollato, ma in modo curioso: è affollato a insaputa dei suoi abitanti, che pensano tutti, ognuno singolarmente di essere gli unici ad averne bisogno. Hanno tutti così bisogno che smettono di vedersi, che non si guardano”, Beniamino Sidoti, Stati d’animo.

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