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Giorgio Ambrosoli: in ricordo di un uomo normale

 

In Giorgio Abrosoli, di cui purtroppo siamo chiama a ricordare il quarantesimo anniversario dell’assassinio, avvenuto sotto casa sua, a Milano, l’11 luglio 1979, non c’era nulla di speciale o di rivoluzionario. Anzi, era il prototipo del moderato, cresciuto n un ambiente fortemente cattolico e dotato di un’indole in cui proprio non c’era spazio per l’avventura.
Eppure, in quegli anni strazianti, caratterizzati dalla P2, dai servizi segreti collusi, dalle nefandezze a tutti i livelli e dagli innumerevoli lati oscuri di una democrazia fragile e mai pienamente compiuta, in quegli anni mise in atto la più incredibile delle rivoluzioni: quella dell’onestà e del senso dello Stato.
Chiamato a occuparsi della Banca Privata Italiana e della condotta non certo trasparente di un personaggio controverso come Michele Sindona, non ebbe remore a liquidare l’istituto, senza concedere alcuno sconto, né coprire alcuna colpa e alcuna responsabilità, di un soggetto che ha sempre avuto un posto di rilievo nelle trame indicibili del nostro povero Paese, con un ruolo cruciale nel mantenimento di quell’apparato parallelo che ci ha condizionato in maniera devastante per quasi mezzo secolo e dubitiamo che abbia intenzione di smettere. Non avrebbe senso, infatti, ragionare di Sindona, del suo operato e della profonda opacità dei suoi rapporti senza menzionare Gladio, l’operazione Stay behind, il coinvolgimento attivo dei servizi negli Anni di piombo e nella Strategia della tensione e tutto ciò che accade in quella nefasta stagione: da piazza Fontana alle bombe sui treni e nelle stazioni. E che dire del fango in cui furono ingiustamente trascinate due persone perbene come Baffi e Sarcinelli, rei, sostengono i maligni ben informati, di aver sostenuto l’azione di Ambrosoli dai piani alti della Banca d’Italia? Che dire dello IOR, della figura ancor più controversa di monsignor Marcinkus e di tutto ciò che ruotò, in quella delicatissima fase della nostra vita pubblica, intorno a soggetti che non avevano certo il bene comune come faro?
Ambrosoli, uomo tutto d’un pezzo, milanese di stampo antico e personalità emblematica della migliore borghesia, non a caso ritratta da Stajano in un libro memorabile, andò avanti pur sapendo di essere solo e di essere esposto a rischi enormi. Andò avanti per senso dello Stato e amore verso le istituzioni. Andò avanti perché non si volle rassegnare al declino di una Nazione che vedeva già in ginocchio, travolta da quella questione morale che era, innanzitutto, un’enorme questione politica, di occupazione degli spazi pubblici e di distruzione della dignità collettiva, fino a rendere impossibile la convivenza civile, a distruggere l’equilibrio dei poteri e a svuotare di senso il concetto stesso di democrazia rappresentativa.
Erano gli anni di Calvi, del crack del Banco Ambrosiano e della morte sospetta di Pier Paolo Pasolini, che secondo qualcuno aveva di fatto compreso, ed era pronto a svelare, ciò che sarebbe emerso sei anni dopo in quel di Villa Wanda, ossa la presenza di una struttura potentissima che regolava nomine, carriere e le sorti del Paese, controllando i vertici dell’apparato statale e una parte significativa del mondo dell’informazione. Eravamo a poco più di un anno dal delitto Moro e dalla vergogna di uno Stato impotente, per non dire di peggio, al cospetto della violenza brigatista e del terrorismo in generale. Eravamo in un’Italia sfiancata dalla Guerra fredda per il suo essere sulla linea di faglia fra due mondi, con il Partito Comunista più forte d’Europa e una DC che ormai stava governando “lo sfascio del Paese” e affondando con esso, come aveva amaramente predetto proprio Moro in un’intervista rilasciata a Scalfari. Eravamo in un tempo buio, straziante, verso cui sarebbe assurdo provare nostalgia e che ancora non siamo riusciti a collocare bene nel contesto storico in cui si svolse.
Di Ambrosoli ricordiamo la bellissima lettera che scrisse, nel febbraio del ’75, alla moglie Annalori, quando già stava subendo pressioni infernali a causa del suo impegno. Uno dei passaggi più significativi recita: “Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del Paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa”.
Quando, il 12 luglio 1999, in occasione del ventesimo anniversario della scomparsa, il presidente Ciampi gli conferì la Medaglia d’oro al valor civile, motivò la scelta con le seguenti parole: “Commissario liquidatore di un istituto di credito, benché fosse oggetto di pressioni e minacce, assolveva all’incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno. Si espose, perciò, a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere il suo mandato. Splendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all’estremo sacrificio”. È l’Italia migliore, quella di cui oggi avremmo, più che mai, bisogno.

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