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Striscioni ammainati e libertà di espressione

 

È successo ancora sabato otto giugno e questa volta è intervenuta proprio e direttamente la Digos. Uno striscione con disegni ironici sui due Vicepremier Di Maio e Salvini allestito dalla UIL in occasione della manifestazione tenutasi a Roma per il pubblico impiego non ha potuto essere esposto lungo quella Via Adamo Mickiewicz che a Roma congiunge la zona della Casina Valadier a quella Via Gabriele D’Annunzio che, con un paio di tornanti, scende dal Pincio a Piazza del Popolo. La Digos ha precisato di non aver voluto censurare il contenuto dello striscione, ma di aver voluto tutelare il decoro del luogo come previsto dall’articolo 49 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

La norma, invero, non appare la più adatta a giustificare l’intervento repressivo perché l’art. 49 del Codice dei Beni Culturali (D. Lgs. 42/2004) fa divieto di apporre: “… cartelli o altri mezzi di pubblicità, salvo autorizzazione rilasciata ai sensi della normativa in materia di circolazione stradale e di pubblicità sulle strade e sui veicoli, previo parere favorevole della soprintendenza sulla compatibilità della collocazione o della tipologia del mezzo di pubblicità con l’aspetto, il decoro e la pubblica fruizione dei beni tutelati.”.

Appare piuttosto forzato intendere uno striscione ironico dedicato all’attuale momento politico come un mezzo pubblicitario a meno che … a meno che la critica politica, sia pure espressa in modo satirico, non venga intesa come pubblicità dell’opposizione. Ma se questa fosse una strada corretta, allora sarebbe giusto anche invocare il Gran Giurì, l’organo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria che può essere attivato per sanzionare anche per le pubblicità mendaci. E su questo percorso non credo che convenga a nessuno incamminarsi perché se si cominciassero a sanzionare bufale, frottole, panzane e fandonie diffuse in politica, diventerebbe giocoforza tornare al finanziamento pubblico dei partiti per sostenerne le conseguenze.

Scartata la possibilità di intendere uno striscione di satira politica come uno strumento pubblicitario, sovviene il dubbio che si tratti di una forma di libertà di espressione di cui il Codice dei beni culturali non si occupa affatto e che, soprattutto, non vieta affatto.

La questione potrebbe essere anche archiviata lamentando un eccesso di zelo da parte della Questura, sennonché l’episodio di Roma, come si ricordava all’inizio, ripeteva un’analoga vicenda occorsa a Brembate lo scorso 13 maggio quando, in occasione dell’arrivo del Ministro dell’interno e Vicepremier Matteo Salvini, era stato affisso sulla facciata di un caseggiato un lenzuolo con la scritta “Non sei il benvenuto” assai meno ironica di quella adottata a Roma. A Brembate avevano provveduto alla rimozione i Vigili del Fuoco ma, a richiesta del Sindaco, questi hanno precisato che l’intervento era stato loro richiesto dalla Questura.

Il risultato dell’impresa di Brembate era stato che pochi giorni dopo, in occasione delle manifestazioni di sabato 18 maggio a Milano, avverso l’incontro di Salvini con la Le Pen, la città era stata tappezzata di lenzuoli e striscioni alle finestre dove già l’ironia aveva fatto la sua comparsa: chi aveva scritto “Portatela lunga la scala: sono al quinto piano” e chi aveva scritto “Ridateci gli Alpini tenetevi Salvini”. Altri avevano preferito essere più assertivi. Chi ha scritto “Solo ponti niente muri” e chi perentoriamente “Mai con Salvini”.

A memoria d’uomo, dal dopoguerra in poi, un’attività di eliminazione di striscioni non era mia stata intrapresa. Erano solo le squadracce coloratissime, a destra come a sinistra, che si picchiavano per l’affissione dei rispettivi manifesti in occasione dei turni elettorali ma nessuno aveva mai toccato gli striscioni e i lenzuoli usati per esprimere la propria opinione. Adesso, invece, la rimozione degli striscioni viene praticata e, come si vede, anche con assiduità, senza trarre alcun insegnamento (come mai non stupisce!) dagli sviluppi che Milano aveva dato all’episodio di Brembate.

Non si può tacere su questi episodi perché sono il sintomo che qualcosa sta cambiando, non solo in politica, ma anche nella burocrazia dove la sensibilità per non intaccare il valore fondamentale della libertà di espressione sta scemando.

Ricordiamolo ancora una volta l’art. 21 della nostra Costituzione: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure» perché, se cominciamo a confondere i principi inderogabili della convivenza civile con la pubblicità, altro che mala sono i tempora che corrono! Prepariamoci perché il peggio non è mai morto.

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