La Commissione per Giulio Regeni è realtà. Impegno per verità e giustizia più forte che mai

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Saad Abdel-Hameed Qassim, Mohammed Nasr Lutfi Al Qadi, Ibrahim Shouman, Mosaab Aladawi, Ahmad Murad, Ossama Ibrahim Al-Azizi, sono solo alcuni degli oltre 40 mila nomi che dal 2013 a oggi si sono aggiunti alla lista di persone fermate, arrestate e scomparse in Egitto.

Tra questi anche tanti non egiziani, come Giulio Regeni, 28enne friulano scomparso il 25 febbraio del 2016 è ritrovato morto 8 giorni dopo in un fosso lungo la strada dal Cairo ad Alessandria con evidenti segni di torture su tutto il corpo.

Oggi, a 39 mesi dall’uccisione del giovane ricercatore di Fiumicello Amnesty International, Articolo 21, Federazione Naziolale della Stampa e la rete “Giulio siamo noi”, collettivo nato su Twitter per sostenere la campagna “Verità per Giulio Regeni”, continuano ad animare una serie di iniziative per ricordare Giulio e ribadire la vicinanza alla famiglia. Con impegno costante, solidale, volontario, semplicemente perché è giusto.

Per questo fa ancor più male quell’aula vuota alla Camera, 19 deputati presenti su 630, nel giorno in cui si discuteva dell’istituzione della Commissione parlamentare che avrà 12 mesi di tempo per “chiarire le responsabilità che hanno portato alla morte di Giulio Regeni” e dovrà “verificare fatti, atti e condotte commissive e omissive che abbiano costituito o costituiscano ostacolo, ritardo, o difficoltà”. Per fortuna il giorno dopo per il voto finale la presenza è stata garantita, con un voto unanime.

In queste ore è dunque ancora più importante rinnovare l’impegno nel tenere alta l’attenzione sull’omicidio del nostro connazionale, che continua anche con la #scortamediatica che si rinnova ogni 14 del mese per ricordare il giorno del rientro al Cairo dell’ambasxiatore italiano che ancora non ci ha detto quali passi avanti siano stati compiuti, giustificazione addotta per la marcia indietro del governo che aveva ritirato la rappresentanza diplomatica dall’Efitto.
Come è altrettanto doveroso ricordare i tanti desaparecidos di cui ci parlano i continui report delle organizzazioni internazionali e interne che denunciano i metodi coercitivi del sistema di sicurezza e di intelligence sotto il controllo dell’ex generale e presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi.

Più volte da queste pagine vi abbiamo raccontato di storie di violazioni dei diritti umani in. Egitto, molte raccolte nel rapporto realizzato al Cairo di Human rights watch su centinaia di casi analizzati e approfonditi nell’arco dell’ultimo anno. .

Sevizie di ogni genere, sistemi di interrogatori violenti che lasciano segni inequivocabili: gli stessi trovati sul corpo di Giulio Regeni.

Il quadro che emerge dai resoconti delle ong internazionali e locali sulle pratiche adottate dai servizi segreti per costringere oppositori, attivisti, giornalisti o, come nel caso di Regeni, cittadini stranieri sospettati di spionaggio, è da film dell’orrore.

Pur di ottenere informazioni da persone sospettate di azioni che possano mettere a repentaglio la sicurezza nazionale o semplicemente non allineati al regime, il National security service, sequestrano e tengono segregati per giorni, se non settimane, i prigionieri a cui voglio estorcere colpe e responsabilità, anche quando non hanno nulla da confessare.

Un modus operandi simile a quello del regime Mubarak, anzi peggiore. Dalle informazioni che il ricercatore ha potuto acquisire dai detenuti egiziani, confrontandole con quelle relative al caso Regeni, appare evidente che a perpetrare le sevizie sia sui primi che su Giulio siano stati gli stessi uomini dell’agenzia di sicurezza nazionale.

Lungo l’elenco delle macabre pratiche di cui sono tutt’oggi vittime centinaia di detenuti: percosse a mani nude o con oggetti accuminati, applicazione di elettrodi per indurre scosse elettriche, privazione del sonno e stupri, compiuti anche con spranghe di ferro. Alcuni prigionieri scompaiono per mesi, tenuti in isolamento senza poter interagire o incontrare né familiari né avvocati.

A determinare la fine della serie di violenze di cui sono oggetto, la resistenza delle vittime. Di tutti I ‘sopravvissuti’ nessuno è stato liberato senza un’ammissione di responsabilità di qualche tipo. Gli altri semplicemente scompaiono. Molte delle vittime di sparizione forzata erano sostenitori del deposto presidente Mohamed Morsi, che continuano a essere presi di mira, ma anche di altri movimenti politici.

Alcune persone sono state arrestate dalle forze di sicurezza e sottoposte a giorni, settimane o mesi di segregazione solo per esercitare pressione sugli altri membri della famiglia presi di mira dalle autorità. Come è stato per l’attivista liberale Nour Khalil, il quale ha denunciato ad Amnesty International di essere stato portato via con la forza dalla sua abitazione insieme al padre e al fratello con il solo scopo di esercitare pressione su di lui e ottenere la piena collaborazione durante l’interrogatorio.

Nella maggior parte dei casi le vittime di arresti arbitrari hanno riferito di essere stati prelevati dalle loro case durante la notte o nelle prime ore del mattino da agenti della Nsa e militari armati fino ai denti. Ammanettati e bendati sotto gli occhi dei propri familiari, spesso questi ultimi sono stati minacciati e picchiati solo per aver chiesto il perché di quegli arresti.

Insomma, una serie di violazioni che non lascia adito a dubbi. In Egitto il sistema di sicurezza e di intelligence è di quelli che non perdona, che non esita a ricorrere a metodi coercitivi che possono causare anche la morte. Come è stato per Giulio Regeni, un semplice accademico al Cairo per portare a termine una ricerca sui sindacati ambulanti finito suo malgrado, tradito da chi con il suo progetto voleva sostenere, nel mirino di inquisitori senza scrupoli convinti che fosse una spia. E per questo torturato fino a ucciderlo.


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