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La malinconia del vampiro

 

C’è una domanda non tanto sottesa nel capitolo Ultimi vampiri nella cultura e nella società contemporanea dell’interessantissimo libro di Vito Teti, Il vampiro e la melanconia (Donzelli, 2018, pp. 378, euro 34), docente all’Università della Calabria: perché il vampirismo oggi? “Dalla fine del Settecento il vampiro ritorna periodicamente nella letteratura, nella cultura, nell’immaginario, nella mentalità dell’Occidente. Il vampiro è il revenant ineliminabile e incontrollabile della modernità. (…) Il vampiro ha costituito una spinta all’autopercezione e all’autorappresentazione, alla consapevolezza di sé della cultura occidentale.” Ecco una prima risposta dell’antropologo calabrese in questa bella edizione – rinnovata fin dal titolo rispetto a quella edita dal Manifestolibri del 1993 – che focalizza il tema. Qualche anno fa, dopo essersi cimentato sullo stesso tema con Ultimi vampiri, uscì uno straordinario romanzo di Gianfranco Manfredi dal titolo Ho freddo – non a caso citato da Teti – che può indirizzarci verso il significato dell’odierno vampiro non solo letterario. Qualsiasi cosa sia successo nel Rhode Island alla fine del XVIII secolo, il romanzo di Manfredi lo raccontava scoperchiando le nostre paure. Poi, chiamatela come volete questa epidemia – consunzione, tisi, rabbia, melanconia, depressione, oppure vampirismo – ma la “malattia” è ancora intorno a noi.

Ci sono molte creature sulla terra che vagano come anime sperdute. Creature infelici e inappagate, come e più di me. Né la vita, né la morte riescono a saziarle. Soccorretele Jan. Non lasciatele sole. Attendono d’essere liberate dal male.” Male che potrebbe benissimo essere la società dell’iperconsumo che lascia profondamente inquieti non potendo colmare i nostri inesausti desideri, la nostra brama di possedere. Ogni famiglia ha potenzialmente in sé i “diversi”. I contagiati fanno paura, suscitano il terrore proprio perché ci stanno accanto, vivono con noi, sospesi in uno stato indefinito, più spaventoso della morte stessa. Cosa pensano? Cosa desiderano? Amano? Odiano?

Dopo il primo periodo culturale, legato alle cosiddette epidemie settecentesche, che delineava l’immagine del vampiro moderno partendo dalle figure mitologiche delle empuse, lamie e strigi, l’Ottocento vedeva l’arcaico uber (o vapir o upir) iniziare la sua inarrestabile ascesa verso la letteratura, il cinema, l’arte, fino a divenire definitivo patrimonio del nostro immaginario collettivo. Dal Vampiro di Polidori al Dracula di Stoker, passando per Carmilla di Le Fanu, iniziava quella grande fortuna dei succhiasangue letterari che perdura ancora oggi con i banchi di librerie colmi di vampiri di ogni tipo e qualità, da quelli della Rice e Mayer, fino a quelli della Smith e Lindqvist – per citarne alcuni – senza dimenticare gli italiani Chiara Palazzolo o l’iperletterario Michele Mari con Io venia pien d’angoscia a rimirarti, racconto di un vampiro a casa Leopardi. Peccato che, figli di questi scialbi tempi, la maggior parte degli scrittori più successfull spettacolarizzino l’orrore, lo addomestichino e lo rendano digeribile, sottraendogli ogni elemento perturbante. Insomma narcotizzano le menti.

La narrativa fantastica, quella horror in particolare, può invece rivelarsi se ben maneggiata strumento eccezionale per interpretare il disagio esistenziale, il vuoto di riferimenti, l’atrocità della modernità e svelare gli inganni di un immaginario colonizzato da decenni di appiattimento culturale. Sembrano essere passati centinaia di anni da un capolavoro come Io sono leggenda con cui l’irriducibile Richard Matheson rivisitava il mito del vampiro alla luce della scienza e delle inquietudini umane. Evocare l’orrore più profondo in agguato dietro la facciata del quotidiano, svelare le paure celate dietro le porte delle villette unifamiliari, o degli anonimi appartamenti di città, è il suo grande lascito, a cui giunse dopo aver sgombrato il campo dal ciarpame del peggior gotico. Il classico sfondo tenebroso, fatto di villaggi sperduti, di boschi paurosi, castelli e cripte della Vecchia Europa, non era più adatto a raccontare le trasformazioni della nostra società.

Il mondo è cambiato, il vampiro è cambiato. Da morto tra i vivi della società arcaica, il vampiro diviene il vivo tra i morti (uomini) della civiltà delle macchine e dei computer. Scrive Teti: “Il vampiro ci offre elementi di riflessione per approfondire il passaggio del mondo occidentale dalla tradizione alla modernità e oltre, perché permane tuttora nelle metafore che a cavallo del millennio si sforzano di interpretare l’inquieta visione di un futuro venato di angoscia della fine del mondo.” Negli ultimi anni sono apparsi diversi saggi che hanno affrontato il tema del Vampiro nella cultura occidentale. Ne cito alcuni: il libro dell’esperta di letteratura ugrofinnica Carla Corradi Musi con i Vampiri europei e vampiri dell’area sciamanica, quello di Giuseppe Tardiola, Il vampiro nella letteratura italiana. Franco Pezzini, poi, ha scritto due libri imperdibili, Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira e (con Arianna Conti) Le vampire, e come dimenticare Emilio De’ Rossignoli per il suo “vecchio” ma importante Io credo nei vampiri. Infine, non bisogna tralasciare Fabio Giovannini per l’indispensabile ed iconograficamente ricco Il libro dei vampiri, fonte di notizie e curiosità tra letteratura, teatro, cinema e fumetto. Tuttavia, lo sguardo sull’immaginario del vampiro e sulla sua importanza non sarebbe veramente fruttuoso senza la sistematizzazione realizzata da Vito Teti, che affronta su un piano di grande originalità – attraverso una miniera di informazioni e riflessioni – il suo mito proprio alla luce delle profonde e problematiche trasformazioni sociali che stiamo attraversando. Buona lettura, dunque, e buon sangue vi faccia. Attenti, però, che – come ci ricorda l’autore – “lu sangu fa lu murmure” (il sangue parla).

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