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Don Diana e l’architetto della camorra

 

Quello che impressiona ancora oggi entrando a Casal di Principe sono le stradine strette che fanno da cornice a case enormi, nascoste da altissimi muri di cinta che riducono le vie a fossati fra un castello ed un altro. E poi le case non finite, questi scheletri ad intermittenza fra una casa vissuta e una tirata su e mai abitata, che danno un senso di perpetua precarietà. Tutte hanno cancelli altissimi, che rendono il dentro e il fuori le abitazioni altrettanto claustrofobico. Ad iniziare a costruire così sono stati i camorristi per proteggersi dai rivali, per evitare di essere centrati dai killer attraverso le finestre. Poi anche gli altri hanno iniziato ad adeguarsi senza sapere bene il perché, forse solo per proteggersi. In realtà murare le persone in casa, non far vedere quello che c’è fuori, i traffici, gli omicidi, le scorribande è esattamente ciò che la camorra ha sempre voluto per non avere intralci nei propri affari.

E stare chiusi dietro muri spaventosamente alti ha portato le persone per bene a finire in una sorta di isolamento, in cui non ci si vede e non ci si parla. Non è un caso che Don Peppino Diana dicesse ai ragazzi di salire sui tetti per poter vedere dall’alto le cose, con prospettiva, e poi una volta sopra, urlare la propria libertà. Per il bene del mio popolo, io non tacerò disse consegnandosi al martirio, ma accendendo un faro che ancora oggi illumina la strada in un territorio intriso di sangue che oggi sa cosa vuole. 25 anni fa a Casale c’era il coprifuoco la sera, se arrivava un ragazzo sul motorino con il casco in testa gli veniva fatto togliere dalle vedette del clan per identificarlo, come fossero poliziotti di quartiere. Don Diana lo disse subito: se lo stato è assente, sarà la camorra a riempire gli spazi, a farsi perfino sussidiaria, riuscendo anche ad ottenere consenso.

La mattina del 19 marzo 1994 Don Diana fu avvicinato dal killer che gli sparò 5 colpi in pieno volto; la camorra non volle solo ucciderlo, scelse di farlo dentro la chiesa per affermare il suo potere assoluto, e lo fece con 5 proiettili in piena faccia in modo da sfigurarlo in modo tale che di lui non rimanesse nemmeno il sembiante. Questo però fu il primo grande errore del clan. Accanto a Don Peppino c’era l’amico di una vita Augusto di Meo che vide tutto, prima raccolse il suo amico dalla pozza di sangue in cui era caduto e poi guardò in faccia il killer che con grande tranquillità rimise la pistola nella cintura, si aggiustò la giacca e andò via. Non si pose il problema di cosa fare di Augusto perché era certo che non avrebbe denunciato, perché nessuno denunciava nella terra del clan dei casalesi. E questo fu il secondo errore. Due giorni dopo, nel primo di primavera il paese scese per le strade, ai balconi lenzuola bianche, Casale per la prima volta alzò la testa, prese posizione. Il messaggio di Don Diana aveva spaccato la corteccia dura voluta dalla camorra e stava penetrando fino alle viscere delle coscienze. Merito anche di Augusto di Meo che ancora sporco di sangue andò a denunciare quello che aveva visto. Quando il giovane pubblico ministero Cafiero de Raho arrivò nel paese poche ore dopo il delitto, trovò la chiesa vuota, le strade deserte, la paura aveva preso alla gola tutti. Di una chiesa gremita di persone in attesa di Don Diana per l’inizio della messa, nessuno volle testimoniare.

Nessuno eccetto Augusto di Meo, che squarciò il manto di terrore e aprì una strada che ha portato il paese molto lontano. Lo fece senza paura, senza protezione dello stato per un senso supremo di giustizia, accollandosi le conseguenze di una vita sotto minaccia e senza scorta. Se oggi qualcuno va a chiedere il pizzo a Casal di Principe viene subito denunciato. Merito di Don Diana, del suo insegnamento che ha ispirato anche i magistrati che in questi 25 anni hanno disarticolato il clan che oggi è più o meno tutto in carcere. In uno dei beni sequestrati, la casa del cassiere del clan, oggi c’è Casa don Diana dove si fanno tantissime iniziative, molte delle quali riguardano i più piccoli. Ai bambini di Casal di Principe viene spiegato che esiste una realtà diversa da quella in cui sono cresciuti, piena di opportunità, e alle scolaresche che vengono da fuori gli viene racconto come si vive sotto il giogo della camorra. Entrambi i gruppi imparano qualcosa di importante. Nel 25esimo anniversario della morte di Don Diana sono state poche le istituzioni presenti, un vero peccato non dare un segnale forte per questi paesi che hanno bisogno di incoraggiamento e buoni esempi e che fanno una fatica mostruosa a scrivere per il proprio paese una storia tutta nuova. “Non importa” siamo abituati a camminare da soli, hanno detto gli amici di Don Peppino, ed è vero, come è vero che il cammino sarà pure duro, ma la potenza di quel messaggio attraverserà altri 25 anni e poi altri ancora.

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