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Rieducarci all’umano

 

Questo tempo ci ha vinto? Ha prostrato la nostra anima fino all’apatia etica? Ha essiccato ogni germoglio di compassione, cioè il nostro slancio verso gli altri, la vita e i suoi segni? Sono interrogativi che in molti si portano dentro e dietro mentre continuano ad aggirarsi tra quei “laghi di indifferenza” – come ha scritto Eugenio Montale – che sembrano essere diventati i cuori dei più. Perché domina un odio che fa male non solo quando acceca, morde, esclude, inabissa e ferisce ma anche perché si insinua come un narcotico che spegne le nostre rassegnate coscienze, incapaci di opporre un seppur flebile soffio di resistenza.

C’è una dilagante “banalità” non solo del male, della violenza ma soprattutto dell’indifferenza, della superficialità. Niente di nuovo dalla liquidità avvistata dalla “sentinella” Zygmunt Bauman: è che in questo mare ci appare normale, se non dolce, naufragare. In questo labirinto – direbbe Sergio Zavoli – sembriamo aver trovato la nostra ragionata misura.

Nell’era del “mi piace” non solo non abbiamo più passioni collettive ma anche ogni personale ardore ha come orizzonte il desiderio del “qui”, dell’”ora” e del “per me”.

Abbiamo bisogno di rieducarci all’umano, prima che anche questa “nostalgia” evapori nelle mille sfumature di questo tempo grigio. Ma dove farlo, come e con chi? Una via di salvezza è il bello. Ha scritto Pippo Fava, prima di essere ucciso dalla mafia, che “se si insegnasse la bellezza alla gente la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. Così anche la creatività e lo stupore resterebbero vivi contro l’abitudine”.

Il bello della bellezza è che dispone di straordinari ospedali da campo dove è possibile curarsi senza mestizia. Boschi e campi, cieli e mari, fiumi, laghi e stelle, nebbie agli arti colli e piogge nei pineti, borghi e brughiere: il mappamondo delle meraviglie è sempre là, solo che sembra diventato invisibile perché forse gli abbiamo voltato le spalle. Non abbiamo più occhi per vedere. Ancora – direbbe Pablo Neruda – perdiamo tramonti e “nessuno ci vede con le mani unite mentre il vento azzurro cade sopra il mondo”.

E poi affreschi, dipinti, sculture, cioè il misterioso miracolo della creazione affidato alle fragili mani dell’uomo. E la musica. E il silenzio. Ecco, dovremmo andare via dalla fretta funesta, rimettere i i calzari e riandare a lezione da monaci, eremiti e guardiani del faro, i maestri del silenzio e poi dovremmo ascoltare i poeti, i ciechi rabdomanti della ricerca di senso.

Ma il viaggio di ritorno all’umano non avrebbe approdo senza un pellegrinaggio nel vero, nel reale. Tornare in compagnia degli uomini, dei volti, dei passi, delle miserevoli vite.

Quando il mondo non era ancora un villaggio c’erano villaggi con al centro una fontana. Una sorgente inesauribile a cui tutti andavano ad attingere quando ne avevano bisogno, nella certezza di trovare quell’acqua indispensabile alla vita.

La fontana era il centro della vita, attorno ad essa si riunivano le persone, si discutevano le piccole cose quotidiane e le grandi scelte, tutta la vita passava di là e la fontana, protagonista nascosta, serviva tutti e faceva nascere la comunità.

Oggi abbiamo bisogno di una fontana da cui sgorghino parole potabili perché “ c’è un eccesso e nel contempo un inaridimento della parola – dice il card. Gianfranco Ravasi – e occorre educare le persone all’uso della parola, alla comunicazione, stimolando l’interesse costante per la ricerca del dialogo. Un vaccino per non corromperci, per dare un senso alla comunicazione e riscoprire quelle parole che lasciano una traccia nell’altro e permettono la trasparenza delle coscienze”. Ecco quello che ci manca: una fontana zampillante di umanità, prima che la palude ci copra.

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