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Morte di Marie Colvin in Siria nel 2012: una sentenza condanna Damasco, “la censura attraverso la violenza è una violazione del diritto internazionale”

 

L’uccisione di un giornalista è “oltraggiosa”. Lo scrive una sentenza che ritiene “vitale” il ruolo dei reporter che come Marie Colvin raccontano con coraggio la guerra, i crimini e le ingiustizie, e che apre un precedente per infrangere il muro di impunità di tutti quei governi che dell’intimidazione e della repressione della libertà di stampa fanno la loro cifra politica.

Quella per la morte di Marie Colvin è stata solo una causa in sede civile: la Siria non ha sottoscritto lo Statuto di Roma su cui si fonda la Corte Internazionale dell’Aja e i veti russi hanno ostacolato finora ogni tentativo di portare il governo di fronte ad un tribunale speciale. Ma la sentenza che ritiene il regime di Bashar al Assad responsabile dell’“omicidio” della corrispondente del Sunday Times giunta nella città siriana di Homs, il 22 febbraio 2012 durante l’attacco missilistico ad un media center dell’opposizione, non solo stabilisce che il governo siriano ha attaccato per “intimidire i giornalisti, inibire la raccolta di notizie e la diffusione di informazioni e sopprimere il dissenso”, chiamando per la prima volta Assad a rendere conto di un crimine di guerra di fronte ad un tribunale, ma anche che “l’omicidio di giornalisti nell’esercizio della loro professione potrebbe avere un effetto intimidatorio sulla segnalazione di tali azioni in tutto il mondo”.

Per la giudice Amy Berman Jackson della corte distrettuale degli Stati Uniti di Washington, Marie Colvin è stata “specificamente presa di mira a causa della sua professione, allo scopo di mettere a tacere coloro che riferivano del crescente movimento di opposizione nel paese” e oltre a imputarlo dell’omicidio, ha condannato il regime siriano a pagare 300 milioni di dollari: 228 più 2,5 come risarcimento alla sorella e 11,836 dollari per le spese funebri. L’azione legale, sostenuta dal Center for Justice and Accountability con sede a San Francisco e voluta dalla sorella di Marie Colvin, Cathleen, è stata possibile in base al Foreign Sovereign Immunities Act: consente di citare in giudizio paesi stranieri nei tribunali statunitensi per richieste di risarcimento e danni punitivi. Gli Stati Uniti considerano la Siria “rogue state”, ovvero un paese sostenitore del terrorismo e questa condizione è l’eccezione all’esclusione dei governi stranieri da cause sostenute per azioni avvenute fuori dalla giurisdizione americana.

Marie Colvin era tra gli i pochissimi reporter occidentali presenti ad Homs all’inizio del 2012, entrata nel paese per documentare l’assedio e il genocidio alla popolazione civile del quartiere di Bab Amr. Poche ore dopo un collegamento telefonico con Anderson Cooper della CNN, un attacco aereo pianificato dall’esercito lealista ha ucciso lei e il fotoreporter francese Rémi Ochlik mentre stavano fuggendo dall’edificio già preso di mira dall’artiglieria. Il fotografo britannico ed ex soldato della Royal Artillery Paul Convoy, che con la Colvin stava lavorando, rimase gravemente ferito nello stesso bombardamento che ha coinvolto in tutto 5 giornalisti e provocato 80 morti. Per Ochlik e la corrispondente de Le Figaro Edith Bouvier, anche lei ferita, sono state avviate azioni legali analoghe a quella di Washtington. E sempre in Francia sono in corso le indagini sul caso di Gilles Jaquier, reporter di France 2, ucciso sempre ad Homs l’11 gennaio 2012. Anche in questo caso testimoni e familiari accusano il regime: lui ed altri sarebbero stati spinti in mezzo ad un combattimento armato confezionato per incolpare i ribelli.

Scott Gilmore del CJA, che ha assistito la famiglia Colvin, ha spiegato che “in un momento in cui i giornalisti affrontano minacce senza precedenti, la corte ha inviato un messaggio chiaro: le prove parlano più della disinformazione e la censura attraverso la violenza è una grave violazione del diritto internazionale”. L’inchiesta si è basata sulla raccolta di documenti ufficiali del governo siriano sottratti da vari disertori per documentare i crimini e avviare procedimenti penali contro funzionari militari e dell’intelligence. La testimonianza diretta di uno di loro, nome in codice Ulysses, ha chiarito come l’esercito avesse intercettato le comunicazioni di Marie Colvin con BBC, CNN e Channel 4 e avesse pagato un informatore sul posto per avere conferme su dove si trovassero i giornalisti, secondo un piano studiato dai membri del Central Crisis Management Cell, un organismo voluto da Assad per sovrintendere alla repressione dell’opposizione.

Dentro e fuori dal paese il governo colpisce con violenza chi non si presta alle narrazioni ufficiali, secondo le quali, a partire dalla negazione delle cifre di sparizioni e morti sotto tortura nelle carceri militari (per cui si stanno intentando altre azioni legali in Germania e in Francia), il paese si ritiene “laico e democratico”, ogni oppositore è un “terrorista”, ogni azione contro obiettivi civili perpetrato da Damasco è da considerarsi legittima difesa e “male minore” di fronte alla minaccia islamista. In Siria, collocata al 177 esimo posto su 180 nella classifica per la libertà di stampa , 24 giornalisti sono stati uccisi e 31 sono stati rapiti o sequestrati nel solo 2018. Il Syrian Centre for Journalistic Freedoms ha documentato l’uccisione di 445 professionisti dei media da metà marzo 2011 fino ad oggi. Isis, milizie islamiste, Russia ed alleati, Pyd e gruppi armati di opposizione hanno tutti compiuto crimini o violazioni contro stampa, attivisti e popolazione civile, ma l’83% di queste azioni è imputabile al regime.

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