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Giornalisti minacciati dalle mafie e il dovere di essere vivi. Riflessione di Gian Carlo Caselli sulla vicenda di Sandro Ruotolo

 

di Gian Carlo Caselli

Salvatore Lupo (in un saggio del 2002 intitolato “L’evoluzione di Cosa nostra: famiglia, territorio, mercati, alleanze”) sosteneva che i risultati – importanti – ottenuti nel contrasto alla mafia sono frutto dell’impegno di una minoranza: di rappresentanti dell’opinione pubblica, di uomini delle istituzioni e della politica, di esponenti della cultura e dell’informazione.

L’analisi di Lupo si attaglia alla figura di Sandro Ruotolo e ben può essere evocata per la vicenda della scorta che gli è stata revocata (anche se pare che per fortuna sia in corso un ripensamento).

Tristemente lungo è l’elenco dei giornalisti vittime della mafia: Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe (Pippo) Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano, Ilaria Alpi e Miran Hovratin.

Giornalisti tutti morti per causa di una spietata violenza mafiosa, certamente. Ma anche perchè lo Stato, perché noi, non abbiamo saputo essere fino in fondo quel che avremmo dovuto. Se sono morti è anche perché noi tutti non siamo stati “vivi”. Non abbiamo vigilato abbastanza, non ci siamo scandalizzati dell’ingiustizia. E così facendo, abbiamo relegato quei coraggiosi giornalisti in posizioni di “minoranza”, di fatto portandoli a sovraesporsi, di fatto lasciandoli senza difesa a fronte del pericolo di rappresaglie mafiose.

L’isolamento della “minoranza” può leggersi anche come un risvolto della vicenda di Ruotolo. I giornalisti  che si ostinano a fare il loro mestiere  con rigore e coerenza sono per fortuna ancora numerosi, ma se proiettati sul grande quadro complessivo a volte possono sembrare  uno sparuto ed isolato gruppo di “alieni”, spesso additati (anche da certi colleghi) come “marziani”. Soprattutto quando osano l’inosabile: cioè esplorare il lato più nascosto del potere mafioso, quello delle complicità, che si vorrebbe tenere fuori da ogni scena pubblica.

A questa coraggiosa “minoranza” Sandro Ruotolo senza dubbio appartiene, in quanto protagonista di inchieste che sanno evidenziare come il baricentro dell’osservazione, più che sulle manifestazioni percepibili come criminali con immediatezza ed evidenza, vada situato soprattutto sul versante “grigio” delle attività economico-finanziarie delle organizzazioni criminali, anche se sono proprio le inchieste che si sviluppano su questo versante che rendono il giornalista scomodo e lo rendono parte della “minoranza aliena”. Perché “qui da noi ( come è stato amaramente osservato) chi ha la schiena dritta è un bersaglio migliore”. Per certi ambienti il vero peccato non è il male, ma raccontarlo. La pretesa che si pieghi la schiena di fronte al potere non è infrequente. In particolare la mafia ed i suoi complici amano il silenzio sui loro affari sporchi.

E tuttavia ci sono giornalisti che continuano a fare bene il proprio mestiere. Nonostante il moltiplicarsi di minacce e aggressioni che rischiano di chiudere in una morsa inesorabile i diritti di autonomia e libertà che sono i motori della buona informazione. Per tutti questi motivi sarebbe un errore trattare la questione della scorta di Sandro Ruotolo in base a freddi criteri meramente burocratici. A Napoli si spara ancora. La camorra ha ricevuto duri colpi ma non è sconfitta. Abbiamo il dovere di essere “vivi”. Accanto a lui.

Fonte: Premio Morrione

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